Edward Norton ha aperto la 14ª edizione della Festa del Cinema di Roma con il suo Motherless Brooklyn. Sono passati diciannove anni dall’esordio registico dell’attore, da quel lontano Tentazioni d’amore con Ben Stiller e Jenna Elfman. Norton scrive, dirige e interpreta un noir atipico, attinge dagli stilemi classici del genere cercando la via del contemporaneo. Un mash-up di stili e temi in una ben ricostruita New York anni ’50.

Edward Norton nei panni di Lionel Essrog (©Warner Bros.)

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, Motherless Brooklyn vede protagonista Lionel (Edward Norton), un investigatore privato affetto dalla sindrome di Tourette.  L’uomo dovrà indagare sulla morte del proprio mentore, Frank Minna (Bruce Willis) ucciso durante un caso finito male. Dai locali jazz di Harlem ai bassifondi newyorkesi, dalle periferie malfamate della città fino alle stanze comunali, Lionel dovrà districarsi in una fitta rete di misteri che vede coinvolti una ragazza (Gugu Mbatha-Raw) e la corruzione comunale.

La frenesia permea l’intera storia, una frenesia che trova origine nel personaggio di Lionel. La sua mente acuta, quel “genio” che gli consente di elaborare velocemente informazioni e di immagazzinarle come un archivio vivente. È la classica figura del genius, del personaggio strambo, sopra le righe, ma dotato di straordinarie capacità intellettuali al di fuori dal comune. Norton è un’abile caratterista, un attore capace di farsi coinvolgere dal personaggio. Ne condivide il sangue, il DNA. E allora quei tic, quelle frasi sconnesse e buffe diventano reali, tangibili.

Norton si confeziona un film su misura, conscio delle sue capacità attoriali, e di quelle dei suoi colleghi, dal “potente” Alec Baldwin allo sconfitto Willem Dafoe. Di rilievo la bellissima colonna sonora composta da Daniel Pemperton, e la canzone originale Daily Battles scritta da Thom Yorke e Flea e ingigantita dalla tromba di Wynton Marsalis. Scenografia, abiti, suoni e immagini ci riportano a quell’epoca, alle macchine cromate, alla segregazione raziale e alle battaglie per l’uguaglianza. Quest’ultimo aspetto non è curato nello stesso modo delle musiche e della recitazione.

Alec Baldwin e Edward Norton in una scena del film (©Warner Bros.)

La storia stride, gli ingranaggi del mistero non sono ben oliati. Le due ore e mezzo di visione alleggeriscono la tensione, il pathos, e tutto viene perdersi. La storia d’amore è quasi superflua e a tratti melensa, e il tutto scade in un ottimismo che poco si amalgama con il resto del racconto. Alcune scene sono però ben costruite e di un forte impatto emotivo, come lo è d’altronde la trasformazione di Lionel, che indossando gli abiti del suo mentore ne riprende la forza, il carisma. Quell’immedesimazione compensa la sua condizione, lo fa andare oltre, a combattere per sé stesso e la verità.

Motherless Brooklyn c’è e non c’è. Singolarmente ogni aspetto del film è ben costruito, ma la somma di tutto è inferiore alle parti. Norton da prova della sua bravura, di un occhio attento al passato e alla storia del cinema, ma non è abbastanza e si perde tentando più strade invece che seguirne una sola.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Immagini di copertina: ©Warner Bros.
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