Siamo nell’America degli anni ’70, Clementine “Tish” Rivers e Alonzo “ Fonny” Hunt sono una giovane coppia afroamericana che vive a Beale Street, famosa strada di Memphis e casa del Blues. I due devono affrontare l’attesa del loro primo figlio in un momento critico della loro vita, Fonny (Stephan James) infatti sta scontando ingiustamente una pena per stupro. Tish (Kiki Layne), insieme alla famiglia, lotterà con tutte le sue forze per scagionare il suo amato dalla falsa accusa di un poliziotto razzista che il ragazzo si era inimicato tempo addietro.

Fonny e Tish in una scena del film

La ragazza è il narratore della propria storia e i suoi ricordi prendono forma nelle immagini che vediamo scorrere sullo schermo. La struttura del film ricalca i processi della memoria, quella di Tish che ci invita ad osservare, tra passato e presente, la sua storia d’amore. L’obiettivo, quindi, incarna lo sguardo innamorato della giovane e il regista lo muove con mano aggraziata, avvicinandosi gentile alle labbra che si baciano, agli sguardi, ai movimenti e ai piccolissimi dettagli. Diventa l’occhio intimo che osserva l’amore nel suo compiersi e prendere forma. I primi piani, i rallenty e la luce ne colgono la gentilezza e l’eccitazione. Attori e strumento si fondono, così da produrre vivide emozioni nello spettatore e la fotogenia è compiuta.

L’approccio intimista adottato dal regista Barry Jenkins – premio Oscar nel 2016 per Moonlight però genera un forte attrito con il contesto del racconto: lo sfondo razziale e la lotta della comunità afroamericanaSe la strada potesse parlare infatti manca di ferocia, normalizza la realtà politica e sociale di allora – quanto di oggi – e si allontana ampiamente da film come 12 anni schiavo o dal più recente BlacKkKlansman di Spike Lee. La musica Jazz e i colori accessi, per quanto apprezzati, fungono da appannaggio per una fin troppo ottimistica visione.

Una scena del film con Fonny, Tish e Daniel (© Annapurna Pictures)

Entrambi cresciuti in una famiglia proletaria ben integrata nel tessuto sociale, il disilluso Fonny e l’innocente Tish si presentano come dei personaggi che non consentono a Jenkins di premere l’acceleratore e di andare oltre la patina romantica per arrivare laddove il racconto in realtà dovrebbe portare. È proprio quando l’attenzione si sposta sul dibattito sociale, che Se la strada potesse parlare fa sfoggio dei suoi limiti. Neanche la battaglia per scagionare il ragazzo o la riconciliazione familiare nel carcere riescono a colmare questo vuoto. La storia, su questo piano, non sembra raggiungere mai un culmine, un punto di rottura. È come una porta lasciata aperta a metà che non consente di vedere l’insieme al suo interno.

Decontestualizzata dall’odio e dalla discriminazione raziale, la storia d’amore tra Tish e Fonny è un piacere per gli occhi e il cuore. La purezza con cui il regista dà vita alle immagini regala un’esperienza intima, dolce e familiare. Lo schermo non è più tale e l’ambiente del film diventa il nostro: noi siamo l’ospite silenzioso della casa.

Se la strada potesse parlare è un film a metà, si può dire un’occasione mancata che comunque riesce a conquistare tre candidature ai premi Oscar 2019 e un Golden Globe per la miglior attrice non protagonista a Regina King.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10