Un thriller scritto e diretto da Steven Knight, con protagonisti Matthew McConaughey e Anne Hathaway. Un film con queste premesse crea un’alta aspettativa, ci si aspetta di vedere un’altra piccola chicca come lo fu Locke con Tom Hardy. E invece no.

Lo sceneggiatore inglese, conosciuto soprattutto per serie come Peaky Blinders e Taboo e per film come La promessa dell’assassino e Allied, con la sua ultima opera sembra aver giocato troppo con i generi. Attinge dai grandi classici noir, riproducendone però una copia sbiadita.

Constance (Diane Lane) e Dill (Matthew McConaughey) in una scena del film (© Graham Bartholomew/Aviron Pictures)

Il protagonista della storia è Baker Dill (Matthew McConaughey), alcolizzato e tormentato capitano della Serenity, barca con cui si guadagna da vivere portando i turisti a pesca in mare aperto nella piccola isola di Plymouth Island. Quando dal passato farà ritorno la sua vecchia e sensuale moglie (Anne Hathaway), che gli commissiona l’omicidio del suo nuovo, violento e sadico marito (Jason Clarke), per lui si aprirà una strada senza via d’uscita, che lo condurrà inesorabilmente ad un’amara scoperta (un po’ come in Vizio di Forma di Pynchon)

Il personaggio interpretato da McConaughey è un incrocio tra il Rick Blaine di Humphrey Bogart e il Capitano Achab di Melville. È un uomo che, come nel Vecchio e il Mare, cerca il proprio demone interiore. Per lui è una sfida che supera il bisogno di profitto, e i profitti per lui sono ben scarsi. Questo lo porta ad improvvisarsi gigolò, presentandosi saltuariamente alla porta della sola e avvenente Constance (Diane Lane). Erotico e Scultoreo, il corpo dell’attore farà la felicità di molte/i in quelle scene che lo ritraggono completamente nudo in sintonia con il mare e la natura.

La storia però, dopo la prima ora, diventa qualcos’altro. Si trasforma, e da thriller noir diventa pura fantascienza. Un vero e proprio film a metà, combattuto tra un genere e l’altro. Diviso in due parti distinte, dove la seconda sembra essere la parodia della prima; un What-if, una fan-fiction a tinte sci-fi. Perché in realtà tutta la storia è ambientata in un videogioco di pesca, modificato dal giovane Patrick, che ha perso il padre in guerra e vive con la madre e il patrigno violento. Il ragazzo ha ricreato la propria storia, e il defunto padre, all’interno del gioco per sopportare il peso della propria vita al di fuori della stanza.

Dill (Matthew McConaughey), Frank Zariakas (Jason Clarke) e Duke (Djimon Hounsou) in una scena tratta dal film ((© Graham Bartholomew/Aviron Pictures)

Ed è a questo punto che la storia si scontra con Westworld, e il dibattito sul libero arbitrio. Dill arriverà alla consapevolezza della propria esistenza, e a ricongiungersi con quel figlio che sentiva di aver perso. Ma la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e restituisce dei personaggi bidimensionali, i cui discorsi sono discretamente stereotipati. Bisogna capire se tale caratterizzazione sia intenzionale per rappresentare dei personaggi alla fine ludici e ideati da un ragazzino. Sta di fatto, che il film ne risente e anche molto.

Altro aspetto, è l’utilizzo dei generi e soprattutto dei temi, troppi e solo accennati. Si passa dalle sfide interiori e alle difficoltà economiche, dal trauma della guerra alla violenza sulle donne, dall’intelligenza artificiale al lutto; troppa carne al fuoco. Serenity – L’isola dell’inganno è un film spaccato a metà narrativamente, e frammentato a livello concettuale e tematico. Il cast è di un certo spessore, ma non riesce a risollevare una sceneggiatura (speriamo ingenua) e una regia a tratti disturbante. Il film delude su molti, troppi aspetti, e questo porta sperare in un rinsavimento di Steven Knight, un talentuoso, sottile ed elegante sceneggiatore.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10

Immagini di copertina: Photo by GRAHAM BARTHOLOMEW – © 2017
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