di Giorgia Sdei

“Meglio fare cose pulite con soldi sporchi o cose sporche con soldi puliti?”

Questa è la grande domanda che uno dei tre protagonisti mette sul tavolo e che farà da mantra di tutti gli 89 minuti di film. Una domanda non da poco che solleva un problema etico sempre attuale, onnipresente nella nostra società in modo più o meno manifesto fin dai suoi albori. Cosa siamo disposti a fare per un po’ di soldi? Almeno un paio di generazioni sono cresciute con la consapevolezza di doversi guadagnare il loro posto (ovviamente retribuito) nel mondo, sgomitando, spingendo e faticando più di tutti gli altri, con una tensione sempre crescente tra la necessità di lavorare e la propria etica personale. Questo è il nucleo fondamentale di Si muore tutti democristiani, il nuovo film del collettivo Il Terzo Segreto di Satira.

Il collettivo del “Terzo Segreto di Satira”. Fonte: Cinematographe

Enrico (Walter Leonardi), Fabrizio (Massimiliano Loizzi) e Stefano (Marco Ripoldi) sono tre videomaker amici di vecchia data che collaborano insieme per raggiungere un riconoscimento artistico che tarda ad arrivare. Puntano in alto ed hanno ambizioni elevate (alimentate da alcuni riconoscimenti su un loro documentario sulla siccità in Africa) ma solo con fatica riescono ad arrivare a fine mese. E, quando ce la fanno, è solo grazie alla realizzazione di video ai matrimoni. Un bel giorno, improvvisamente, tutto questo può cambiare e ricevono l’ormai classica proposta che non si può rifiutare: il loro agente (un Francesco Mandelli più che mai nel suo habitat naturale) gli comunica che sono stati scelti per girare un documentario sull’Africa per conto della famosa onlus “Africando”, per il quale verranno pagati ben 150k (cioè 150 mila euro).

Francesco Mandelli in una scena del film.

Un lavoro artistico e per di più pagato! Alla notizia i tre reagiscono come qualsiasi squattrinato farebbe: una cena per festeggiare, prese in giro goliardiche, rotture con quei legami che si è costretti a mandar giù malvolentieri. Tutto bello, finché si scopre che il titolare della onlus in questione è indagato per appropriazione indebita di soldi pubblici ed europei destinati alle attività umanitarie. I tre si trovano allora a un bivio: mandare all’aria anni e anni di militanza di sinistra corrompendo la propria anima o rifiutare il lavoro in nome di una solida integrità e coerenza?

È qui che il film diventa propriamente maturo: se fino a questo momento si era trattato di una commedia con note di satira qua e là (si veda il cameo di Paolo Rossi, sindacalista “nuovo”) ora la trama si divide in tre, seguendo i dubbi amletici di ognuno dei protagonisti. In un parallelismo con il percorso che ha portato al declino e poi al tracollo politico del centro-sinistra, ben costruito e riuscito, si assiste al confronto dei tre con i compromessi che li hanno spinti negli anni a seppellire i propri ideali giovanili di rivoluzione e rifiuto del capitalismo globale. Chi ha sposato la figlia di un imprenditore, chi cerca di metter su famiglia ma passa ancora le serate nei centri sociali, chi doveva andare al G8 ma si è fermato a La Spezia a fare il bagno. La satira si fa più pungente anche se non arriva a  prevalere su una struttura narrativa prevalentemente tragicomica che fa divertire e riflettere sia su se stessi sia sull’ipocrisia politica degli ultimi decenni. Efficace in questo senso è il ritratto di un sindacato che vuole osare ma non troppo, che vuole uno spot moderno per il Primo Maggio ma senza esagerare (i figli in braccio alle coppie gay anche no). Il Terzo Segreto di Satira non è nuovo a questo tipo di operazione: già dai suoi primi video infatti il collettivo ha raccontato storie di precariato con un fondo di ironia sociale marcatamente manifesto, concentrati più sul contesto sociale e politico che sulla semplice gag.

Una scena del film. Fonte: lettera43

Il passaggio al lungometraggio non pesa in questo caso, come invece è accaduto per altre operazioni di questo genere, come ad esempio il film dei The Jakal o, prima ancora, quello de I Soliti Idioti, principalmente perché alla base si nota una sceneggiatura ben scritta che emerge e scorre lineare (fondamentale la collaborazione con il sapiente Ugo Chiti) ma anche perché le interpretazioni di Massimiliano Loizzi, Walter Leonardi e Marco Ripoldi, ormai volti noti agli spettatori, sono di altissimo livello. I tre sanno reggere l’intera durata del film con una recitazione collaudata e naturale aiutata, forse, dall’autoreferenzialità della storia. Una storia che è in parte autobiografica, e che riprende molti dei temi già affrontati ponendosi alla fine di un percorso che prosegue da tempo. Non mancano ammiccamenti ai follower e momenti di eccessiva stereotipizzazione (ad esempio dell’alta borghesia milanese, riassunta nel cameo di Cochi Ponzoni), ma nel complesso la storia rimane solida, con dei momenti assolutamente esilaranti e incubi di bergmaniana provenienza che rendono il prodotto finale decisamente positivo.

 

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