Dicesi “visionariochi ha delle visioni, delle apparizioni soprannaturali, delle allucinazioni visive. Prendendo in prestito questa definizione del vocabolario della lingua italiana, si potrebbe sfidare chiunque a dire che alla vista di The Truman show, per la prima volta nella sua vita, non abbia avuto l’impressione di trovarsi di fronte ad un film frutto di una qualche allucinazione visiva o, ancor di più, concettuale.

Quando la visione inizia a trascendere la sfera dei sensi e si eleva ad espressione ideale di un concetto nascono le opere d’arte visionarie, quelle che in un modo o nell’altro, prima o dopo, rischiano di cogliere la realtà del futuro, vicino o lontano che sia. Si pensi a George Orwell e al suo Big brother is watching you! in 1984, ad Asimov in Chissà come si divertivano, dove i bambini ritrovano un vecchio libro che parla della scuola, quella che abbiamo vissuto tutti noi fino a pochi mesi fa, in un mondo del futuro in cui gli alunni studiano da casa e consegnano i loro compiti giornalieri attraverso un robot. Oppure ancora a Kubrick in 2001: Odissea nello spazio in cui quotidiani online sono leggibili attraverso strumenti estremamente simili ai nostri moderni iPad, rappresentando lo strumento essenziale per la vita di tutti i giorni durante il viaggio nello spazio.

In sostanza, quindi, un’opera d’arte visionaria riesce in qualche modo a predire alcune dinamiche del futuro. Ma perché proprio The Truman show è da considerarsi il film  che nel 1998 è riuscito a cogliere alcuni meccanismi che si sono prepotentemente presentati durante il 2020?

Il film e quel sottile confine tra finzione e realtà

Per chi non avesse visto il film no, non si parla di un virus che contagia ed uccide tutti (nemmeno il Covid-19 lo fa). Non c’è una quarantena forzata e soprattutto, grazie al cielo, non è un musical composto da cantanti o sedicenti tali che mostrano tutto il loro talento dai balconi delle case.

The Truman show racconta la storia di un ragazzo di nome Truman che, sin dalla nascita, è stato il prescelto per un esperimento geniale e diabolico allo stesso tempo. Esso prevede la ripresa integrale di ogni ora, ogni minuto e ogni secondo della sua vita per mezzo di migliaia di telecamere nascoste in uno studio cinematografico di dimensioni bibliche. L’ideatore dell’esperimento è Christof, regista dello show, che tiene sotto controllo insieme alla sua equipe ogni singolo movimento di Truman. Il ragazzo è incastonato in un’isola di nome Seaheaven in cui giorno e notte sono artificiali e che confina soltanto con una distesa di mare. In questa “bolla” tutti i rapporti umani sono in realtà frutto della recitazione degli abitanti-attori.

Trattandosi di un immenso studio cinematografico, Truman è fondamentalmente rinchiuso in un recinto circolare che dà la forma all’isola. Proprio su questo punto si intreccia la storia di questo favoloso film con quella che per quasi due mesi è stata la nostra realtà. Imprigionato a Seaheaven, Truman comincia a sospettare della realtà che lo circonda e questo dubbio sfocia in una irrefrenabile voglia di fuga, nella fattispecie, verso le Isole Figi. È lì infatti che gli sceneggiatori dello show gli fanno credere sia scappata Lauren, una comparsa silenziosa della quale si era innamorato tempo addietro.

Il desiderio di Truman, inevitabilmente incompatibile con le esigenze dello show, spinge gli sceneggiatori dello spettacolo a far riacutizzare nel ragazzo una vecchia paura legata al “viaggio”. Truman infatti perde il padre a causa di una tempesta avvenuta in mare. Sin da piccolo gli viene repressa quella voglia di esplorazione, attraverso una strategia di terrore che, in qualche modo, lo aveva sempre contraddistinto.

Se ci si sofferma un secondo, infatti, per necessità siamo stati tutti sottoposti allo stesso tipo di stress di Truman. Ci è stato inculcato il terrore di un killer invisibile che miete vittime al fine di limitare quanto possibile la libertà di uscita e di azione. Una strategia obbligatoria, evidentemente, che sembrerebbe aver dato i suoi frutti. Ma che, metaforicamente, ci ha portato ai confini del recinto come Truman, attraverso un percorso tortuoso accompagnato da una tempesta estremamente burrascosa. Ora, giunti alla porta, è arrivato per tutti noi il momento in cui ci si trova di fronte alla stessa ardua scelta che ha dovuto compiere Truman. Sì, ma quale?

La scelta

Durante gli scorsi due mesi siamo arrivati a pensare che lo spazio interno alle mura della nostra casa fosse l’unico luogo al sicuro per la protezione della nostra incolumità. In realtà, così facendo, ci si è protetti solo dal Covid-19 – e in certi casi nemmeno da quello – ma non si è certo rimasti immuni a tante altre malattie ugualmente gravi e mortali. Su questo stesso concetto fa leva Christof per convincere Truman a restare “chiuso ma al sicuro” all’interno dello studio per mandare avanti lo “show”.

the truman show

Abbiamo iniziato a pensare che la soluzione più indolore fosse quella di rinviare la morte senza curarci della qualità della vita. E abbiamo tutti quanti, giustamente, sposato la causa del “prima la salute poi il resto”. Truman, quindi, alla soglia della porta come noi in questo momento, accetta di uscire nonostante i rischi e i pericoli (ma anche le gioie e le bellezze) che la vita riserva quotidianamente. Noi siamo liberi di condividere e seguire la sua scelta, sia concettuale che fisica, oppure continuare a tutelarci dal pericoloso mondo che ci aspetta fuori.

Mentre pensate alla strada da prendere non resta che dire quello che direbbe lo straordinario Jim Carrey del film

Se non ci rivediamo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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