di Alessia Agostinelli

Ci sono storie che trapassano il normale svolgersi degli eventi, che saltano senza difficoltà la siepe che separa una vita ordinaria dall’eccezionale, dall’inverosimile, a volte nel bene, più spesso nel male. I film riescono bene nella creazione e narrazione di simili follie della vita e dell’indole umana. Ma, si sa, la realtà spesso supera per acume e fantasia l’arte e l’immaginazione.  Così, un documentario può diventare portatore di una vicenda incredibile, grottesca e inquietante. É il caso del documentario shock di Tim Wardle (One Killer Punch) del 2018, Three Identical Strangers.

Three Identical Strangers

Presentato al Sundance Film Festival, dove ha vinto il premio special della giuria per Storytelling, e in Italia alla Festa del cinema di Roma, il film ha riscontrato anche un ottimo successo nelle sale di tutto il mondo prima di arrivare su Netflix. D’altronde, la vicenda di Edward, David, e Robert (Bobby), non poteva lasciare indifferenti.

Immaginate di arrivare in un luogo a voi nuovo, l’università magari, e di essere preoccupati di non farvi degli amici, di essere invisibili agli occhi degli altri, di essere ormai troppo lontani dal tessuto sociale e familiare che vi hanno reso la persona che siete. Immaginate di avere paura di non sapere più chi siete adesso che vi trovate in un contesto sconosciuto, dove ogni certezza è lontana. Come molti di noi, Bobby Shafran deve essersi sentito così varcate le mura del community college di New York.

Adesso però immaginate anche di essere salutati da tutti, come se vi conoscessero, come se foste uno di loro in quel college. Immaginate la sorpresa di Bobby nel vedersi dare il cinque e farsi fare l’occhiolino da una marea di sconosciuti. Che accoglienza, deve aver pensato. Sono già stato qui? In un attimo di confusione.

Three Identical Strangers

Di certo, quello che non poteva sapere o immaginare, era di essere perfettamente identico a un popolare studente dell’università, Edward Galland. Tale è stata la sorpresa dell’amico di Ed nel vedersi una copia identica del compagno di studi davanti agli occhi, che in poco tempo Bob e Ed non hanno potuto che incontrarsi per risolvere il motivo dello sgomento generale. Entrambi nati il 12 luglio 1961, solo allora i due diciannovenni hanno compreso di essere gemelli che non sapevano dell’esistenza reciproca dell’altro.

L’evento suscitò un notevole scalpore negli Stati Uniti e presto tutti i giornali ne parlarono. E, proprio grazie ai numerosi articoli pubblicati, la madre di un certo David, nato il 12 luglio 1961, scopre di aver adottato il terzo gemello di quel duo già così eccezionale. Nello stupore generale, e soprattutto loro, David, Bobby e Edward si riuniscono e si conoscono per la prima volta.

Nel giro di pochissimo tempo, i Three Identical Strangers divengono delle star del piccolo schermo, apparendo in numerosi talk show come il popolare Phil Donahue Show. Vanno a vivere insieme e aprono un ristorante che si chiama “Triplets Roumanian Steakhouse”. Insomma, una storia meravigliosa.

Three Identical Strangers

Tra filmati d’archivio, video, interviste ai diretti interessati e ricostruzioni, Three Identical Strangers traccia la traiettoria inaspettata della vita dei tre protagonisti dalla loro felice – e assolutamente casuale – riunione fino agli eventi cupi e drammatici che seguirono il presunto finale da favola. Il merito di Tim Wardle è di aver infatti ben rivoltato quella favola dal sapore Disney, in quello che fu veramente; una vicenda con inimmaginabili segreti e tragiche ripercussioni.

I tre gemelli nacquero da una ragazza adolescente a Glen Cove, New York. I tre furono collocati in case diverse dalla medesima agenzia per le adozioni, la celebre Louise Wise, all’età di sei mesi. Né ai bambini né ai genitori adottivi venne comunicato di nessun altro membro della famiglia. Tutto ciò che fu detto alle famiglie adottive fu che i piccoli facevano parte di uno “studio di routine sullo sviluppo dell’infanzia” che avrebbe richieste visite e test periodici.

In verità, gli psichiatri Peter B. Neubauer e Viola W. Bernard coinvolsero i fratelli in uno studio sotto gli auspici del Jewish Board of Guardians. La curiosità scientifica che diede vita all’esperimento umano sui gemelli rispondeva a una domanda tanto ancestrale quanto perigliosa: quello che siamo è dettato dalla genetica o dal contesto? E così Wardle ci rimanda quei dubbi inquieti che molti di noi si pongono, più o meno coscientemente, spesso: siamo o diventiamo? Quanto un elemento influenza l’altro? Siamo artefici del nostro destino o seguiamo la scia tracciata da chi ci ha preceduto? E soprattutto: che segni lascia su di noi il nostro passato?

Da questi quesiti, che fanno da apriporta alla seconda parte del documentario, incentrata a scavare la verità sulla vicenda dei tre gemelli, si dipana un viaggio dalle mille emozioni. Se prima c’erano lo sbalordimento, la gioia e la felicità, sono poi il sospetto, la tristezza e infine la rabbia e di nuovo lo sbalordimento ad accompagnare lo spettatore.

E ognuna di queste sensazione emerge nei volti identici e pure diversi di Ed, Bobby e David. Fino all’ultima, dolorosa e assordante domanda che segue lo spettatore quando Three Identical Strangers finisce: “Come siamo arrivati a questo punto? Cosa siamo diventati?”.

Davvero un documentario da non perdere, disponibile anche su Netflix Italia.

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