Si può facilmente immaginare quale reazione aveva suscitato la notizia di un film sul creatore dell’opera letteraria fantasy (e non solo), per eccellenza: Il signore degli anelli. Portare finalmente sullo schermo l’uomo che ha riempito quelle pagine e le nostre menti di immagini e storie fantastiche – e mai tale aggettivo fu più appropriato – e conoscere le sue, di mente e di storia non poteva che suscitare meraviglia.

Probabilmente era anche quello che si era prefissato Dome Karukoski, il regista del biopic sull’immortale autore inglese Tolkien: chi era John Ronald Reuel Tolkien, come e cosa pensava, cosa ha vissuto, quali sono stati gli eventi e le esperienze della sua vita che lo hanno portato alla stesura de Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e Il Silmarillion (tra gli altri)? Impazienza.

Buonissima l’idea per coloro che sono fan e storcono il naso di fronte a una biografia o non hanno tempo e/o voglia di leggerla. E poi, si sa, vanno molto i biopic: si spazia da scienziati ad artisti come Stephen Hawking, Freddie Mercury, Steve Jobs, i cui film sono solo alcuni dei più famosi e apprezzati degli ultimi anni.

È presente l’ammirazione e il rispetto che il regista finlandese, al suo primo film in lingua inglese, nutre per il professore: traccia con chiarezza delle linee esplicative dei primi anni dello scrittore, fino al momento fatidico, quando la penna ha toccato un foglio bianco scrivendo una frase, che avrebbe segnato la svolta nella storia della letteratura moderna “In a hole in the ground there lived a hobbit”. Si può intuire il brivido che gli ha donato girare questa scena (magari lui l’ha avuto?).

Ed è così che può essere sintetizzato tutto il film: un riflesso sbiadito delle intenzioni del regista. Non riesce né a far appassionare né a far stizzire per lo sdegno i fan del padre del genere fantasy.

Karukoski utilizza l’escamotage della guerra fin dall’inizio del film per mostrarci attraverso i flashback la vita del giovane Ronald: mentre il soldato Tolkien si trova sul campo di battaglia sorretto e supportato da un deferente attendente Sam (primo tentativo semplicistico di inserire riferimenti e rimandi alla sua opera) cominciano i ricordi della sua vita.

La morte prematura della madre, entusiasta linguista e piena d’immaginazione, costringe i fratelli Tolkien alla generosità e al supporto di una ricca signora e di un tutor, padre Francis – questo, uno dei pochi riferimenti alla religiosità del professore, così fondamentale e sempre presente nella sua vita – ma darà anche luogo all’incontro con la piccola Edith Bratt, grande amore del filologo britannico.

Il rapporto con i compagni di studi/amici Geoffrey, Robert e Christopher dalla fanciullezza alla maturità è al centro del film e viene interpretato come lo spunto che porterà alla creazione della Compagnia dell’Anello. Ecco, forse l’amicizia tra i quattro ragazzi, specie in età adulta, (Nicholas Hoult è Tolkien, Anthony Boyle interpreta Geoffrey, Patrick Gibson recita nella parte di Robert, Tom Glynn-Carney è Christopher) è ciò che riesce meglio nel film, perché è dove è stato messo più cuore.

Tom Glynn-Carney, Anthony Boyle e Patrick Gibson, © Tolkien Official Facebook Page

La relazione con l’adulta Edith (Lily Collins) è un po’ banalizzata e romanzata, fa sorridere la maniera in cui padre Francis (Colm Meaney) vieta al suo protetto di frequentarla (in un parallelismo capovolto alla Romeo e Giulietta dove invece frate Lorenzo è l’anello di congiunzione tra i giovani amanti), la maniera, non il fatto assodato che per i due fu realmente impedito di stare insieme fino ai 21 anni dell’autore; così come fa sorridere il modo in cui è presentata la passione per la glottologia e le lingue, utilizzate per gridare in piena notte in mezzo ai dormitori di Oxford, un accenno di fronte all’immensità che ha significato per lui.

La pellicola risulta un abbozzo semplicistico di quello che fu il grande scrittore, dove ogni occasione è buona per infilare allusioni e rimandi al Signore degli Anelli (i Nazgul sul campo di guerra non si possono vedere, chiamasi fan-service) ed è più che comprensibile il distacco e il prendere le distanze della famiglia dal film.

J.R.R Tolkien non si può ridurre a questo, quando ci sono infiniti livelli di lettura per le sue opere, figuriamoci per la sua persona.

Apprezzabile la performance di Nicholas Hoult, che si approccia con tatto alla figura del professore.

Lily Collins è Edith Bratt, © Tolkien Official Facebook Page

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊,5/10

Immagini di copertina: © Tolkien Official Facebook Page
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