Come dimenticare uno sguardo in macchina? Come rimanere impassibili di fronte a degli occhi che si posano sulla cinepresa, che ci guardano, rendendoci non più soggetti passivi della visione? Ogni qualvolta un personaggio direziona il proprio sguardo sull’apparecchio di ripresa, ci sentiamo guardati, interpellati, presi in causa, interrogati, al di qua e al di là dell’immagine, incatenati dal fascino del film ma partecipi anche, e finalmente consapevoli, della nostra visione, del nostro sguardo, di noi stessi.

Come dimenticare lo sguardo finale di Paola ne La dolce vita (1960) di Federico Fellini? Come dimenticare quello di Antoine Doinel ne I 400 colpi (1959) di François Truffaut? E ancora quello sfuggente ed enigmatico di Anna Karenina in Questa è la mia vita (Vivre sa vie, 1962) di Jean-Luc Godard?

A distanza di anni, nel cinema contemporaneo, lo sguardo è ancora capace di interrogarci. Lo dimostra Judith Davis nel suo Tout ce qui’il me rest de la révolution, film proiettato al Cinema Nuovo Sacher in occasione della IX edizione del Rendez-vous, il Festival del nuovo cinema francese. La protagonista Angéle – interpretata dalla stessa Davis – in una scena pone una domanda al piccolo gruppo politico di qui fa parte, poi ci guarda e invita a rispondere anche noi: abbiamo qualcosa di certo in cui credere? Crediamo in qualcosa? Abbiamo degli ideali?

Judith Davis è Angéle. Fonte: Reggi e Spizzichino Communication ©Agat-films-Cie

Angéle è una giovane militante convinta ancora di poter cambiare il mondo con gli ideali comunisti. Perduto il lavoro, ritorna a vivere a casa del padre, unico componente della famiglia ancora politicamente schierato. La madre Diane (Mireille Perrier) ha abbandonato le sue vecchie ideologie scappando da casa e andando a vivere in campagna; la sorella pure ha ormai abbracciato ideali contrastanti sposando un uomo liberale. Angéle si muove così in una Parigi ormai cambiata dal ’68, infelice ma disillusa, cercando di instillare nella gente quel credo rivoluzionario che ormai sembra superato.

Judith Davis costruisce un film sociologico, stemperando l’analisi con la commedia e sondando le contraddizioni per mezzo di un dramma psicologico famigliare che si nutre delle speranze e delle frustrazioni di ogni suo singolo componente. Cosa giace in fondo alla coscienza della madre Diane? Cosa celano i suoi occhi melanconici ma dolci? Perché abbandonare la lotta?

Forse non è giusto continuare. Che senso ha racchiudere il senso del mondo in una ideologia? Perché invece non aprire il senso alla vastità degli orizzonti che ci circondano? Arrivare quindi alla conclusione che, come spiega Saïd, un direttore di scuola che si innamora di Angéle, l’esistenza è troppo complicata per essere teorizzata, attraversata com’è da migliaia di significati.

E allora forse, nell’impossibilità di cambiare e fare la Storia, ciò che rimane della rivoluzione, sembra dirci la Davis, è la possibilità di garantire una dignità alla propria piccola di storia, amando e amandosi.

L’interrogativo però, datoci attraverso quello sguardo in macchina, continua a pesare sulle nostre coscienze: al giorno d’oggi, di cosa siamo sicuri? In cosa davvero crediamo?

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Fonte delle immagini utilizzate per l’articolo: www.institutfrancais.it e Reggi e Spizzichino Communication