di Davide Pirocci

Il nostro è un paese ricco di sfaccettature, di tradizioni e di sottoculture. Una delle più importanti e affascinanti, è la cultura Ultras, ritratta in molti documentari, spesso amatoriali e il più delle volte risalenti ad un periodo piuttosto lontano.

Eppure, nonostante sia una sottocultura così rilevante per la nostra nazione, anche perché legata per la stragrande maggioranza al mondo del calcio, lo sport più seguito dagli italiani, è un territorio pressoché inesplorato dal cinema italiano. A differenza, ad esempio, delle molteplici pellicole prodotte oltremanica, dove la cultura hooligans, che ha impazzato dagli anni ’70 in poi, è stata raccontata e mostrata in tutte le salse.

I precedenti, per la cinematografia nostrana, infatti, risalgono al riferimento per eccellenza, ovverosia Ultrà (1991) diretto da Ricky Tognazzi e L’ultimo ultras (2009), parentesi a dir poco evitabile per Stefano Calvagna e per il cinema italiano in toto.

Ecco quindi che Ultras, opera prima di Francesco Lettieri, risulta una pellicola per certi versi messianica per tutti gli amanti di quel mondo messo da parte da troppo tempo. Il film ruota attorno a Sandro (Aniello Arena), ultras napoletano di un gruppo chiamato “Apache”, che sta scontando una diffida ed è quindi costretto a non poter entrare allo stadio.

Sandro, però, facendo parte di un direttivo di vecchi ultras che si trovano nella sua stessa condizione, un po’ per obbligo un po’ per volontà, è comunque tenuto, insieme ai suoi amici e coetanei, a muovere i fili del gruppo ultras. Gruppo formato anche da nuove leve, ragazzi tra i 25 e i 30 anni come “Pechegno” (Salvatore Borrelli) o “Il gabbiano” (Daniele Vicorito), e anche a ragazzini molto più giovani come “Angelo” e la sua comitiva di teste calde impazienti di entrare a pieno titolo nel gruppo di facinorosi.

Aniello Arena

 

La vicenda si complica quando Sandro incontra “Terry” (Antonia Truppo) e, iniziando a prendere in considerazione l’ipotesi una storia d’amore seria, le attenzioni che deve rivolgere a Terry cozzano inevitabilmente con le responsabilità e gli oneri che deve al gruppo.

Sandro, pertanto, rimane imbottigliato in un limbo di indecisione su quale vita scegliere. Se rimanere un punto di riferimento per il gruppo e continuare ad essere onorato e incensato dai compagni, oppure seguire l’ambizione di una nuova e più tranquilla vita. Al prezzo, però, di operare un taglio netto col suo passato e con gli amici di sempre, che non lo vogliono semplicemente come “Sandro” perché pretendono di avere affianco “Il Moichano”, soprannome con cui è conosciuto all’interno del gruppo.

Antonia Truppo

Il film è dunque immerso in un atmosfera poetica e malinconica, rara ed inaspettata per un argomento del genere, e il conflitto interiore vissuto dai personaggi è reso con ottima efficacia. Nel complesso si tratta indubbiamente di un film riuscito. Riuscito perché finalmente si racconta la cultura Ultras in modo credibile o quantomeno verosimile, senza però rendersi banale.

Riuscito perché l’azione è sapientemente dosata non facendolo risultare un’accozzaglia di botte da orbi e volgarità fini a sé stesse; riuscito per l’abilità recitativa degli attori e per la poesia del disagio che esprimono.

Riuscito per le scelte di regia che, unite ad una buonissima fotografia di Gianluca Palma, in diversi momenti sembra ricordare la cinematografia di Matteo Garrone. Tra campi larghissimi, piani sequenza e inquadrature in Deep focus o con fuoco sul primo piano mentre l’azione si svolge nel secondo o, a volte, addirittura nel terzo piano, Lettieri sembra quasi volersi rivolgere nei confronti dello spettatore indicando che c’è molto più da vedere nel mondo (specialmente in quello ultras) rispetto a ciò che ci viene mostrato.

Riuscito perché estremamente corale, rispettando e rispecchiando i dettami della filosofia di base alla cultura Ultras, dove l’aggregazione, la compattezza e la coralità rappresentano la forza del gruppo, come affermato dal protagonista stesso nel corso del film: “Io senza di voi non sono nessuno“.

Infine, prendendo in prestito le parole di Martin Scorsese, che in un’intervista su quali fossero le tre componenti fondamentali per realizzare un buon film, rispose: “Sceneggiatura, sceneggiatura, sceneggiatura“, è riuscito perché basato sull’ottimo lavoro in fase di sceneggiatura da parte di Peppe Fiore. Egli dimostra ancora una volta quanto sia fondamentale scrivere bene per produrre e realizzare un buon film, ed Ultras di Francesco Lettieri, lo è senz’altro. Buona la prima!

Immagini: © Netflix / Glauco Canalis
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