Il bello dei monumenti è che si portano dietro sempre qualcosa. Al di fuori del loro valore prettamente estetico, la loro vera bellezza non può essere colta appieno senza includerne gli strascichi simbolici, sociali o politici di cui essi, con la loro prestanza, si fanno carico di tramandare alle generazioni successive. Canoni, questi, non sempre facili da rintracciare presso le più opere più disparate, ma che forniscono, con il loro contenuto, indicazioni sul vero valore da essi veicolato: quello delle persone a cui esse hanno parlato e continuano a parlare.

I monumenti sono dunque racconti del tempo a cui questi si rivolgono, amplificatori di senso ad uso e consumo di quelle stesse persone a cui viene richiesto lo sforzo di coglierne quello stesso valore che a volte i monumenti stessi, per ambizione, ambiscono a nascondere, per parlare all’universale. Quando poi tale discorso, forte della sua natura assiomatica, arriva a valicare le piaghe di ogni civiltà per adagiarsi nei crismi della nostra epoca, a venir fuori sono rielaborazioni sul tema tanto attuali quanto originali. Queste, dal canto loro, si fanno portatrici di spaccati di vita leggibili solo attraverso l’utilizzo di codici ad hoc, unica via per consentirne quella scientifica interpretazione che talvolta neppure così riesce ad effettuarsi nel pieno delle possibilità. Interpretazione che, a differenza delle epoche precedenti, può ora avvalersi di metodi di maggior numero e qualità per consentirne la rappresentazione. The Florida Project, arrivato in Italia con il leggermente stucchevole titolo Un sogno chiamato Florida, svolge la sua missione comunicativa partendo dagli assunti già citati, mantenendosi un preciso intento: poggiare l’intero senso della sua esistenza filmica sul racconto dell’abitare. Un verbo, quello dell’abitare, che nel film di Sean Baker viene declinato sotto molteplici aspetti, codipendenti l’uno dall’altro, e che finiscono, nella loro sintesi, per raccogliersi in una summa talmente strabordante di significati da diventare ben presto un qualcos’altro, capace di esulare da ogni schematizzazione.

Fonte: thegatewayonline.ca

Siamo a Orlando, Florida. Luogo dell’esotismo per eccellenza, richiedente abbronzature di ordinanza per ottemperare all’arrivo della stagione calda. A pochi passi dal favoloso mondo incantato di Disney World, giace una realtà ben diversa, appartenente agli sconfitti. Ospitati da un motel ridicolmente violetto che racconta tutti i paradossi del luogo di passaggio che esso rappresenta, stanziano entità sprovviste di obbiettivi, la cui unica ambizione è quella di sbarcare il lunario alla meno peggio per potersi garantire un altro mese di affitto pagato: un altro mese, a conti fatti, di apatia. Vite senza sbocchi cui il Magic Castle Hotel fa da insostituibile cornice: nella persona del manager del residence Bobby (un Willem Dafoe empatico e convincente, candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista) il luogo maledetto diventa anche vera protezione da un mondo esterno che fa ancora più paura della gretta realtà della periferia americana. Un’autoincarcerazione a cui sono sottoposti anche Moonee, Jancey e Scotty, due bambine ed un ragazzino, incapaci di fare trent’anni in tre, abitanti incolpevoli di un microcosmo dotato del fascino unico dell’autoregolamentazione, pane per i denti di bambini vogliosi solo di poter esplorare per garantirsi, poi, la possibilità di far qualcosa che i residenti del Magic Castle hanno smesso di fare da tempo: poter scegliere. La loro è una storia di avventura nella location meno avventurosa del mondo, in un continuo tentativo di scardinare confini a volte troppo più grandi di loro. Moonee è la vera protagonista: sei anni e frutto di un errore, figlia di un degrado che neppure si mostra in video, premura di una nonna neppure trentenne (la debuttante Bria Vinaite, reclutata dal regista dopo averla notata su Instagram) che per far sopravvivere lei e la nipote vende abusivamente imitazioni di profumi costosi. Mestiere beffardo, che sembra quasi voler mettere in guardia del fatto che negli Stati Uniti patinati e sofferenti c’è glamour anche tra gli ultimi, come fosse l’unica arma per un riscatto destinato a non arrivare mai.

Fonte: kurier.at

Moonee è interpretata da Brooklynn Kimberly Prince, nome che vi consigliamo di appuntarvi da qualche parte: a sette anni riesce infatti a caricarsi di un’interpretazione eccezionale, intensa e profondamente credibile, capace di calarsi senza la minima esitazione in un ruolo che non sarebbe stato semplice neppure per attrici con il triplo della sua età. Le vicende di Moonee e dei suoi due amici sono il risultato della convivenza di una serie di molteplici fattori tutti vividi e tracimanti: la sincerità e la spalvaderia tipica dei bambini, inserita in un clima acquiescente in cui gli unici colori adibiti all’esistenza sono quelli fin troppo sgargianti delle mura di contorno, crea terreno fertile per la nascita di una singolare irriverenza nei confronti degli adulti. Nel Grand Budapest Hotel dei derelitti i concetti di giusto e sbagliato si assottigliano fino a risultare irrilevanti, ed il solo Bobby, malgrado il suo gran cuore, si rivela essere garante insufficiente di una giustizia tutta da improvvisare.

Fonte: timedotcom.wordpress.com

Il film racconta un abitare presso, dunque. Ma allo stesso tempo anche irrimediabilmente un abitare accanto: il mondo di Disney World vissuto così in prossimità, simbolo di un’infanzia vissuta per come dovrebbe davvero essere, diventa un miraggio tangibile solo a sprazzi, ma che rimane presenza costante nei sogni delle uniche persone ancora autorizzate a farlo: i bambini. La prossimità che si fa inganno, equivoco: come quando due turisti in cerca del celebre parco divertimenti si perdono, finendo beffardamente proprio nel Magic Castle: luogo quanto più concettualmente distante da quello che andavano cercando, che in comune con esso ha solo la città di locazione e il colorito spinto. I luoghi si fanno personaggi, se non protagonisti: formano ed educano le entità costrette a viverci dentro, causandone gran parte delle loro interazioni. Accettato questo, e se è vero che secondo il dizionario un monumento è “una testimonianza concreta e durevole di esaltazione, a onore o a ricordo di persone o di fatti, per lo più rappresentata da un’opera di scultura o di architettura”, sia il Magic Castle che Disney World ne incarnano il significato e l’essenza: appartenenti alla loro epoca, mostrano più che mai una collisione tra realtà diverse in cui a prevalere è un diffuso sentimento di decadenza, che concede tuttavia in modo costante lo spazio ai pochi temerari ancora desiderosi di sperare nel futuro.

Fonte: fms-mag.com

Lo Spring Break, periodo di stasi quanto di sobbollizione in cui si collocano temporalmente le vicende, si dimostra il momento capace di mostrare al meglio ed in tutta la sua saturazione le sempreverdi contraddizioni tra il dover essere ed il voler apparire, tipiche di quell’immaginario americano già efficacemente raccontato da Harmony Korine attraverso un’opera come Spring Breakers. Le opere di Korine, che a livello tecnico vedono in comune con The Florida Project il direttore della fotografia Alexis Zabé, offrono non a caso la stessa esasperata saturazione di colore. Nel film di Baker, in particolare, il colore risulta parte centrale del messaggio di contrapposizione, e la descrizione di questo intento è stata efficacemente riassunta nel commento dello stesso Zabé, che per raccontarla si è limitato a spiegare di aver messo in pratica lo spunto ricercato dal regista, che avrebbe voluto che i colori fossero stati come “un gelato al mirtillo con un retrogusto di asprezza”. A conti fatti, trovare una formulazione migliore di questa risulta davvero impossibile.

Fonte: moviefreak.com

Il film di Sean Baker, che oltre alla regia si è occupato anche della sceneggiatura, del montaggio e della produzione, sviluppa il suo percorso narrativo prendendosi i suoi tempi, tramite una cottura lenta che fa a botte con l’irrequietezza di fondo sancita da personaggi in balia della loro stessa entropia. Dopo Tangerine, il primo film ad essere girato interamente con un Iphone, Baker ha deciso di sviluppare un’idea covata da tempo, per la precisione già dal 2010: raccontare, senza pietismi di sorta, le condizioni di vita delle zone limitrofe di Disney World. Zone limitrofe che con intenti turistici ricalcano bonariamente l’immaginario della Disney, ma che ospitano, anziché allegre famigliole in gita turistica, residenti alle prese con una vita ricca di difficoltà. Baker, dopo aver trovato i finanziamenti necessari, si è calato in una vera e propria full-immersion all’interno di quelle stesse realtà che avrebbe voluto raccontare: un lavoro di ricerca che traspare in molteplici aspetti del film, inclusa anche la partecipazione al lungometraggio di attori non professionisti davvero residenti in simili motel. Un’operazione lunga e certosina capace di rendere The Florida Project una testimonianza autentica e pregiata di una realtà difficile, straniante, in cui le numerose sospensioni di giudizio richieste allo spettatore vengono ripagate dall’offerta di un nuovo significato del concetto di umanità. Forse suscitare empatia risulta compito arduo quando ad essere messa in mostra è una realtà così distante da quella a cui siamo abituati a ragionare. Ma in fondo, il fatto che dei bambini così vicini a Disneyworld debbano sentirsene così lontani, non è forse la dimostrazione che la distanza è solo un’illusione? Nel dubbio, lunga vita a tutti i monumenti, pragmatici portatori di realtà.

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