Il 3 gennaio uscirà nei cinema Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità, distribuito da Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment. Il film è diretto da Julian Schnabel, noto pittore e scultore i cui lavori sono stati esposti nei principali musei internazionali, che già si occupò di sviscerare la figura di un artista nel suo primo film Basquiat (1996), e sceneggiato da Jean-Claude Carrière, collaboratore alla sceneggiatura dei principali film di Luis Buñuel e dell’opera Max, amore mio (1986) di Nagisa Oshima. Van Gogh è interpretato dal versatile ed eccellente attore Willem Dafoe, il quale per quest’ultimo lavoro ha ottenuto la Coppa Volpi al Festival di Venezia ed è stato candidato come miglior attore ai Golden Globe.

L’approccio visivo sperimentale di Schnabel si coniuga alla scrittura surreale e poetica di Carrière, raccontando degli ultimi giorni di vita del pittore olandese non con fare didascalico, ma adottando uno stile personale che cerca di restituire tutta la ribollente energia, venata da una lacerante disperazione, che lega l’artista al suo atto creativo, così come al tempo, alla morte e all’eternità.

Lo sguardo di Schnabel, che guarda al mondo con la sensibilità di un pittore, decide di non tenersi distante dalla figura di Van Gogh, anzi la penetra, trasfigurandola con la tavolozza della propria immaginazione, scalfendo la superficie della storia e della leggenda per riuscire a meglio indagare le febbrili torsioni della sua psiche, la solitudine divorante, l’avvampante vigore della sua sensibilità nei confronti della natura e del mondo.

Fonte: cinematographe.it

Per tener conto della suggestiva visionarietà del pittore olandese, l’immaginazione del regista si piega ad uno stile fortemente personale ed espressivo: la regia segue il suo protagonista per mezzo di movimenti di macchina traballanti e concitati, il montaggio ne scandisce i movimenti procedendo per jump-cut ed ellissi, un sottofondo pianistico dolce e lirico ne accompagna le peregrinazioni, restituendoci con forza i tormenti esistenziali, i turbinii emotivi e sentimentali di un artista ferito da una società che non lo comprese.

Intense e toccanti diventano così le scene in cui Van Gogh cerca ispirazione per i campi e i boschi di Arles, trasferitosi lì per fuggire dalla luce grigia di Parigi e accogliere nei suoi dipinti quella accesa e abbagliante del Meridione. È qui che le immagini rivelano tutto il rigoglioso contatto che si stabilisce tra il pittore e la natura: il mondo esterno si riversa nella sua anima, e la sua anima malinconica, sofferente, torrida di amore e passione si riversa sul mondo, plasmandolo secondo l’incanto della sua creatività. Talvolta, la malinconia dei suoi occhi sembra velare di grigiore l’ambiente, e il grigiore circostante pungere di tristezza i suoi occhi; altre il sole vibrante che infiamma i campi di grano, infonde gioia all’artista, che restituisce la bellezza incanalata dai suoi occhi con i tratti netti, violenti e sfumati della sua pittura.

Importante ad Arles fu il rapporto tra Van Gogh e Paul Gauguin: rapporto all’insegna dell’amicizia e della stima professionale, ma anche vessato da dissidi di natura caratteriale ed artistica. Il film mostra bene le loro contese, le loro reciproche insofferenze: Gauguin, a differenza dell’amico, si approcciava alla tela con meno nervosismo, con maggior controllo e riflessione. In fondo, la differenza tra le inclinazioni creative dei due pittori può forse essere sintetizzata in una frase di Antonin Artaud, tratta dal suo Van Gogh il suicidato della società (1947), libro fondamentale a cui torneremo più avanti: “Credo che Gauguin pensasse che l’artista deve ricercare il simbolo, il mito, ingrandire le cose della vita sino al mito, mentre Van Gogh pensava che bisogna saper dedurre il mito dalle cose più terra terra della vita”. Proprio questa discrepanza di ordine artistico, religioso ed esistenziale porterà Gauguin a lasciare solo Van Gogh, il quale per disperazione si taglierà il lobo dell’orecchio sinistro.

Fonte: time.com

Ed è anche a causa di questo gesto estremo che il pittore, aiutato dal fratello Théo, finirà nel convento-manicomio Saint-Paul-de-Mausole, dove dipingerà le sue tele più famose, tra cui Notte stellata (1889). Ancora lo stile cerca di dare dinamismo alle visioni e alle esplosioni emotive di Van Gogh, attraverso quelle inquadrature frenetiche e sghembe che tengono conto di un caos che preme sul mondo e sull’artista; ma lo stile, attraverso frequenti soggettive del pittore, restituisce anche ciò che si cela dietro il suo sguardo severo, inquieto e misterioso: una natura allucinata e abbacinante che rifluisce nelle raffiche elettriche di una pittura trasformativa.

La fremente lucidità della creatività di Van Gogh non fu capita dai contemporanei, che la ritennero un “pasticcio tecnico”, usando le parole di Gauguin. Il film cerca di dare una interpretazione della pazzia di Van Gogh non univoca, ma ci suggerisce che fu probabilmente alimentata da quell’odio sociale che si riversò come uno spirito maledetto nella psiche del pittore, portandolo all’auto commiserazione. Artaud, il quale fu uno dei più convinti sostenitori del genio illuminante di Van Gogh, scrisse: “No, Van Gogh non era pazzo, ma le sue pitture erano pece greca, bombe atomiche, la cui angolazione confrontate con tutte le altre pitture che imperversavano in quell’epoca, sarebbe stata capace di turbare gravemente il conformismo borghese”. La società, secondo Artaud, non permette l’infiltrarsi in essa di menti brillanti e profetiche, ed “è così che quelle rare buone volontà che hanno dovuto dibattersi sulla terra vedono se stesse […] sprofondare a occhi aperti in certi autentici stati d’incubo”.

Il dipinto “Sulla soglia dell’eternità” realizzato nel 1890 nel manicomio di Saint-Rémy-de-Provence. Fonte: wikipedia.org

Ed è così che Van Gogh morì – suicida, oppure ucciso da due giovani, come lascia ipotizzare il film, senza dare alcuna risposta definitiva -, invadendo il mondo della sua sofferenza, del suo amore incondizionato verso la natura, come un Cristo dimenticato che si consegna al giudizio dei posteri. Ed è attraverso le sue tele che la morte ha sfidato il tempo, cercando di raggelare nell’eternità un mondo che si è rivelato secondo nuove, e segrete, connessioni. D’altronde, ritornando ad Artaud, fu Van Gogh a mostrarci come il visibile possa essere “la porta occulta di un aldilà possibile, di una permanente realtà possibile”.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊½ / 10

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