Era il 1994 quando John Carpenter nel suo Il seme della follia, rifacendosi alle suggestioni e alla poetica di Howard Phillips Lovecraft, dipingeva la figura di uno scrittore, Sutter Cane, che attraverso i suoi libri fosse in grado di gettare la gente in uno stato di pazzia, evocando demoni e creature ctonie.

Nel 2019, Dan Gilroy, nel suo Velvet Buzzsaw, prodotto e distribuito da Netflix, istituzionalizza la follia, rendendo essa la macchina motrice che muove un mondo dove l’arte si sposa ormai con gli affari, in una fluidità postmoderna che rende indistinguibili i confini tra prodotto artistico e merce. L’arte contemporanea così si prostituisce in una serie di gallerie gestite da avidi mercanti, sottomettendo i propri principi estetici e concettuali a fenomeni di moda e alla logica del denaro.

Fonte: theverge.com

In questo contesto si staglia la figura di Morf (Jake Gyllenhaal), critico severo quanto falsamente intellettuale, che ha una relazione con Josephina (Zawe Ashton), un agente che avrà modo di arricchirsi quando troverà nell’appartamento di un morto dei dipinti di notevole fattura. Saranno proprio tali opere a scatenare intorno al patinato e falso ambiente dei compratori d’arte una serie di fenomeni paranormali e di omicidi a catena.

Il film tuttavia non riesce a formalizzare le sue idee secondo una efficace messa in scena, né secondo una chiara e soddisfacente sceneggiatura. Impossibile non rendersi conto come la regia e il montaggio siano subordinati ad una logica che vuole l’impianto scenico predisposto al piccolo schermo, e non alle suggestioni visive più tipicamente cinematografiche. La camera si tiene vicina ai personaggi e ai loro continui e serrati dialoghi; il montaggio procede veloce, così come il dipanarsi della narrazione, sottomettendo ad un dovuto approfondimento risvolti narrativi, personaggi e ambientazioni. L’estetica horror così, seppur infarcita di idee interessanti – ogni morte raggela il cadavere rendendolo simile al prodotto di un’installazione artistica – è totalmente svilita da un’espressività registica e, talvolta, da una recitazione, altamente superficiali e insufficienti. Inadeguatezze creative che, come già detto, sono parte integrante della stessa scrittura filmica, la quale non risolve bene alcuni suoi subplot, rendendo l’intera critica economica e culturale portata avanti dal film poco mordace.

Fonte: inverse.com

Netflix genera così l’ennesimo film che, tra ambizioni artistiche e prerogative commerciali, non raggiunge nessuna delle due, consegnandosi invece all’oblio della memoria di molti spettatori.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊/10