di Riccardo Careddu

Era il 2013 quando sbarcò su History Channel “Vikings”, una serie incentrata sulle gesta di Ragnar Lothbrok, il vichingo che per primo aprì le rotte verso Occidente. Tra crude battaglie e intrighi politici, la serie si è sempre contraddistinta per aver intrecciato storia e finzione. Ma anche storia e misticismo, senza mai eccedere da una parte o dall’altra, lasciando ampio spazio all’immaginazione. L’interrogativo, se il divino sia frutto delle visioni dei personaggi o una presenza effettiva della storia, è ancora aperto.

Fino alla quarta stagione il protagonista indiscusso è stato il Ragnar di Travis Fimmel, che attraverso un’attenta caratterizzazione è riuscito a donare una forte personalità al personaggio: discutibile per le sue gesta ma allo stesso tempo intrigante con il suo sguardo pieno di ambizione, spietato nella lotta e intelligente nel dar corpo ai suoi sogni. Da non sottovalutare neanche il physique du rôle dell’attore.

Le varie battaglie per il potere porteranno il protagonista dall’essere un semplice pescatore/guerriero a diventare re. Grazie all’aiuto dell’amico e carpentiere Floki darà vita ad una flotta in grado di viaggiare in mare aperto così da dar libero sfogo alla sua sete di conquista. La serie mostrerà anche i vari rapporti con i personaggi della storia, da quello conflittuale con il fratello Rollo a quello di profonda stima con l’ex moglie Lagherta con cui ha avuto Bjorn fianco di ferro, abile guerriero non all’altezza però del carisma del padre. Non solo, momento importante fu anche il matrimonio con la regina Aslaug e la nascita dei suoi quattro figli: Ubbe, Hvitsärk, Sigurd e Ivar il senz’ossa.

La serie mostrerà anche il rapporto controverso con la sua fede, messo in crisi dopo aver stretto una profonda amicizia con il monaco Athelstan e successivamente accentuato dall’incontro con Re Ecbert, il carismatico signore del Wessex. Prima nemici e poi amici, i due instaurano un complesso rapporto, in cui entrambe le parti sono consapevoli del proprio ruolo e delle proprie ambizioni che spesso li porta a scontrarsi, o, nel caso di Ecbert, a tradire l’altro. Per quanto facenti parte di due mondi diversi e in conflitto, il legame che li ha uniti si è sempre contraddistinto per la profonda e reciproca ammirazione. La chimica tra queste due personalità ha dato vita ai dialoghi migliori della serie.

Con la morte di Ragnar, avvenuta nella quarta stagione, il gioco per il potere si è fatto più complesso viste le svariate parti in campo, dai suoi numerosi figli ai suoi sfidanti, come Harald Bellachioma. La prima parte della quinta stagione, che non ha sembrato risentire della perdita del suo protagonista, ha visto proprio i personaggi restanti confrontarsi con il lascito di quella che è diventata a tutta gli effetti una leggenda per il popolo vichingo. Più nello specifico è stato affrontato il percorso dei figli di Ragnar, nuovi protagonisti della serie, che li condurrà a scontrarsi tra loro per il trono.

Questa seconda parte riprende proprio da qui, da quell’ultima battaglia che ha visto vincitore lo schieramento capitanato da Ivar, Hvitsärk e Harald contro Lagherta – nuova regina di Kattegat – Bjorn e Ubbe.

Quest’ultimi in fuga dalla follia di Ivar, grazie all’aiuto di Heahmund trovano riparo in Wessex sotto l’ala protettrice del nuovo re Alfred, nipote di Ecbert. Il gruppo non è ben voluto dal popolo britannico che si trova costretto ad ospitare il proprio nemico giurato. Per colmare gli animi di chi vorrebbe uccidere i vichinghi e spodestare il re, Ubbe e la moglie Torvi decidono di sottoporsi al battesimo cristiano così da non esser più visti come pagani.

Nel frattempo a Kattegat il nuovo insediato re Ivar, deve fare a sua volta i conti con coloro con lo vedono di buon occhio: Harald e il fratello Hvitsärk. Sedotto dalla giovane Freydis, Ivar viene convinto con l’inganno dalla donna di essere un dio, accrescendo così il suo ego già smisurato che ha sempre dovuto fare i conti con la sua disabilità. I due convolano a nozze e annunciano di essere in attesa di un figlio, che, come sappiamo è stato concepito con un altro uomo, vista l’impossibilità di Ivar di avere figli. Ignaro di questo, il giovane re prosegue nell’idea di essere una divinità, idea infusagli dalla moglie che gli ha fatto notare come questi sia figlio di Ragnar che si narra discendere da Odino stesso.

Lontano da tutto ciò, nell’insediamento nel “nuovo mondo” che secondo Floki gli dei avrebbero messo a sua disposizione i guai proseguono e quei conflitti che il gruppo si sarebbe dovuto lasciare alle spalle trovano qui nuova linfa, dimostrando come non si possa sfuggire ad anni di cultura guerriera alle spalle. Il tutto in un ambiente ostile in cui l’uomo non sembra esser ben voluto e viene continuamente messo alla prova.

In questi tre episodi, che hanno aperto la seconda parte di stagione, si nota un certo calo della narrazione che risulta piatta da un punto di vista della tensione e fin troppo, e malamente, articolata nella costruzione delle dinamiche tra i personaggi. Sembra esserci una certa difficolta da parte degli ideatori nel mantenere un cast così vasto e strutturato su più storie.

Con troppa carne al fuoco, che non rende scorrevole la visione, gli intrighi vengono trattati con superficialità e scorrono così veloci da non darci il tempo di assimilarli, lasciandoci abbastanza confusi.

Laddove la prima parte sembrava aver trovato una propria identità senza Travis Fimmel, qui assistiamo ad un passo indietro e la serie sembra faticare a trovare un suo insieme e una sua ragion d’essere. Ragnar si presenta quindi come una figura ingombrante, con cui devono fare ancora i conti i personaggi della storia quanto gli ideatori.

Perdendo il suo punto focale e una sua certa linearità la storia si è frammentata, come uno specchio all’impatto con il suolo e il collante, con cui gli sceneggiatori tentano di rimettere insieme i pezzi, risulta abbondante e superfluo. Come dimostrano i dialoghi vuoti e fini a sé stessi tra i personaggi, rimarcando una mancanza di poetica dietro. Inoltre, laddove il vanto della serie è sempre stata la tensione e l’adrenalina, che scaturivano anche fuori dai campi di battaglia, la staticità sembra aver contraddistinto questi tre episodi.

Insomma “Vikings” ha davvero perso il suo smalto? Mancano ancora sette episodi per dirlo e i futuri sviluppi potrebbero contraddire tutto ciò, ma i tre episodi andati in onda fino ad ora non sembrano esser stati un ottimo apri pista.