Yuli – Danza e Libertà – nelle sale italiane dal 17 ottobre – racconta la storia del grande ballerino cubano Carlos Acosta, leggenda vivente della danza mondiale, che dalle sue umili origini nella periferia dell’Avana risalirà le vette più alte del Royal Ballet di Londra.

Un biopic firmato dalla sceneggiatura di Paul Laverty (premiata al festival di San Sebastian 2018) e dalla regia di Iciar Bollina, che si allontana da una qualsiasi struttura tradizionale e che, con il suo dialogo tra presente e passato, tra narrazione filmica e coreografia, amplifica la forza drammatica dell’esperienza vissuta da Acosta, intessuta di scontri e di negazioni sofferte, ma anche di crescita e di comprensione.

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Del resto, è la storia di un “guerriero” quella di Acosta, che impariamo a conoscere subito con il nome “Yuli” (che nella mitologia yoruba, indica il semidio della guerra e del fuoco, il figlio del dio Ogùn); un nome importante, datogli dal padre (Santiago Alfonso) che riconoscendo un talento nel figlio, lo costringe ad entrare a far parte della Escuela Nacionàl Cubana de Ballet. Una costrizione che muoverà tutto il racconto, segnando la vita del piccolo Acosta (interpretato da Edison Manuel Olbera, una piccola rivelazione) che rema contro questa scelta a lui imposta dall’autorità paterna e che solo da adulto riuscirà ad accettare e a comprendere, quando, ormai ballerino affermato, diverrà il primo Romeo di colore della storia.

E’ il rapporto con il padre il vero motore drammatico del film, declinato da una sceneggiatura che sa penetrare nel senso forte delle origini che permeano la vita del padre e facendoci comprendere quei tanti non detti e quei tanti perché sottesi a ogni scelta paterna. Un rapporto complesso, rivissuto con nuova forza nelle coreografie messe in scena da Acosta stesso (ora nel presente, intento a mettere in scena lo spettacolo della sua vita al teatro nazionale dell’Avana) che, nei panni del padre, condensa nel movimento (anche virulento) dei corpi lo scontro e l’incontro, virando più e più volte verso l’alto, verso quella luce che il padre così ostinatamente voleva per il proprio figlio.

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E sarà ancora quella “solitudine che non ti abbandona mai” a condizionare la vita di quel giovane ormai lontano da casa (interpretato dal ballerino Keyvin Martinez), che soffre la mancanza della propria famiglia e della propria terra, e che sente di avere tutta Cuba sulle proprio spalle.

E’ questa la storia di una crescita autentica, e la presenza di Acosta stesso – quasi come un narratore interno – amplifica e rende tangibili il sacrificio, la lontananza, ma anche l’orgoglio per le proprie origini e per il proprio cammino: cammino documentato fedelmente in ogni sua tappa da foto e articoli di giornale contenuti in un quaderno custodito dal padre, che apre la narrazione e che, per tutto il film, accompagna l’itinerario esistenziale di Acosta.

 

Voto:  🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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