Sono passati 13 anni da quel Trevirgolaottantasette, vincitore del Nastro d’Argento come miglior corto e prima prova dietro la macchina da presa di Valerio Mastandrea, e oggi l’attore romano, tra i più amati del cinema nostrano, sente la necessità di tornare su un argomento a lui molto caro: le morti bianche sul lavoro.  Lo fa in Ride, suo vero esordio alla regia, presentato al Torino Film Festival e distribuito da 01 Distribution, nel quale dirige Chiara Martegiani (sua compagna nella vita), Renato Carpentieri, Stefano Dionisi e Arturo Marchetti esattamente come ci si aspettava da lui, con quel disincanto misto a malinconia che caratterizza tutti i suoi personaggi e, in fondo, anche se stesso.

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore

diceva Italo Calvino e Ride è proprio questo: si parte dalla morte di un operaio in una fabbrica di Nettuno per raccontare il dolore di chi resta e deve fare i conti con la società, le istituzioni e le responsabilità. Tre filoni narrativi paralleli, tre protagonisti (rispettivamente la moglie, il figlio e il padre del defunto), tre modi di affrontare il lutto, di prendere di petto il dolore e la consapevolezza della morte. Una morte inaccettabile, più di tante altre.

Chiara Martegiani e Arturo Marchetti, fonte: Comingsoon.it

Quanto siamo liberi oggi di vivere le emozioni?

ci e si interroga Mastandrea, trovando nell’ironia e nella leggerezza, appunto, un modo per smorzare un tema così pesante e renderlo alla portata di tutti.

Noi di Artwave abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con lui in occasione della presentazione di Ride al Cityplex di Terni.

 

Come attore ti sei trovato spesso a dare voce alle varie sfaccettature del dolore e soprattutto negli ultimi film sembra un tema particolarmente ricorrente, se pensiamo a Fai bei sogni, The Place o Tito e gli alieni per citarne alcuni. Ride si inserisce quindi in un percorso ben preciso o nasce da un’esigenza particolare?

Diciamo che è periodo! (ride)
No, diciamo che la grande sfida del film era proprio trattare un tema così importante, attraverso il quale si possono approfondire certe tematiche sociali che a me stanno a cuore da persona e se vogliamo anche da operatore nel mondo culturale, però con un tono completamente opposto, disincantato, ingenuo, divertente a volte. Quella è la sfida del film. Quindi Ride si inserisce in un percorso che io da attore ho perlustrato un sacco di volte. Io ho fatto tanti film dove c’era un tema pesante, molto grave, dove però si provava ad alleggerire. Vengo chiamato proprio per quello! Scherzo…

Che tipo di regista ti sei scoperto?

Uno come tanti al primo film, credo. Appassionato, ossessionato, anche puntiglioso, rompiscatole sicuramente. Proprio perché ho sempre fatto l’attore in maniera abbastanza atipica, trovarsi dall’altra parte e dover allenare un attore è difficile. Tu vorresti che facesse quello che fai te, però imparerò anche a trovare delle vie di mezzo. Anche perché da attore ti dico che i registi che hanno provato a guidarmi così io li ho sempre detestati. Ci sono registi che pensano che venga prima il film di ogni altra cosa, io no. Io sono fatto in tutt’altro modo, preferisco fare un’esperienza di un certo tipo e non sacrificare i rapporti umani, le persone.

Chiara Martegiani in una scena del film, fonte: Sentieri Selvaggi

Come vedi il ruolo dei giornalisti, dell’informazione, nell’approccio al dolore in situazioni come quella descritta nel film?

Nel film non lo raccontiamo, però l’ho presupposto. Per alcuni in buonissima fede e per altri un po’ meno, anche perché oggi è anche difficile capire quale notizia debba avere la priorità su altre. Io non è che ho una passione per il tema delle morti sul lavoro, preferirei non parlarne più se non succedesse più, però mi sembra che adesso quest’argomento stia diventando quasi un dato di fatto: bastano due o tre articoli su un giornale e poi tutti dimenticano tutto. La storia di questo film parte proprio da una considerazione di questo tipo, tanti anni fa lessi delle interviste a delle vedove di incidenti sul lavoro e mi sono chiesto: ma questa gente che è costretta a parlare, a confrontarsi con l’attenzione dei media, anche con quella istituzionale di un certo tipo, non è che sta perdendo il momento giusto per il dolore che deve affrontare e non lo recupererà più?

La regia è un altro tassello in una carriera che ha esplorato la commedia, il dramma, la fantascienza e ora anche il film in costume (Moschettieri del Re, che uscirà il 27 dicembre). Cos’altro manca per essere completo?

Che manca? Un porno non credo di poterlo fare perché sono anziano… (ride)
Mi piacerebbe continuare a fare il regista, ma dipende dalle storie che incontro, sono loro che comandano. Se ne avrò una interessante ci riproverò.