«La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo.»

—Travis Bickle, Taxi Driver

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Sono ormai passati quarant’anni da quando Robert De Niro ha stupito il mondo con la sua brillante interpretazione dell’enigmatico Travis Bickle, protagonista del film cult Taxi Driver (1976), con il suo iconico monologo ”You talking to me?” (che potete rivedere qui in lingua originale).

Eppure, sebbene sia passato quasi mezzo secolo, ancora oggi è più unico che raro riuscire a trovari personaggi la cui complessità psicologica si avvicini anche lontanamente a quella del tassista che ha cambiato la storia del cinema.

Analizziamone i tratti: non sappiamo molto di lui né del suo passato. Tutto ciò che ci è dato conoscere è che Travis è un veterano del Vietnam, tormentato dagli orrori che ha vissuto in guerra e che continuano a tenerlo sveglio ogni notte. Nessun accenno alla sua vita prima della guerra, alla sua condotta durante essa, alla sua infanzia, o personalità. L’unico aspetto che viene quantomeno nominato è quello della sua famiglia, alla quale, alla fine del film, scrive una lettera in cui descrive ai genitori una vita perfetta, una vita non sua.

Ecco uno degli aspetti più interessanti della storia: per noi Travis è uno sconosciuto. Non è nulla se non un tassista: lo vediamo con gli occhi di un passeggero, che al termine della corsa, una volta giunto a destinazione, pagherà per poi non rivederlo mai più.

Scelta curiosa, dal momento che è un dato di fatto che più cose si conoscono circa un personaggio, la sua storia, ciò che prova, più è facile affezionarvisi, provare empatia nei suoi confronti, o addirittura rispecchiarvici. Viene spontaneo chiedersi il perché di questa decisione particolare, così distante dagli standard a cui siamo abituati.

Ebbene, la verità è che non è Travis il protagonista della storia. Il fulcro della trama, ciò che cambierà per sempre la storia del cinema, non è infatti il veterano di guerra Travis Bickle, bensì tutto ciò che questo rappresenta: è vero, non sappiamo molto su di lui, ma vediamo abbastanza per poter capire che si tratta di un viaggiatore solitario. Colui che osserva, in silenzio, la realtà che lo circonda, senza mai prendervici parte, senza mai sostare in un solo luogo. Vede il mondo attraverso un filtro di grigia apatia che non può controllare e dalla quale tenta di uscire per portare ordine.

Uno schema innovativo per un personaggio leggendario, che possiamo ritrovare in moltissimi film successivi a Taxi Driver. Agli amanti di Tarantino suonerà senz’altro familiare il versetto biblico Ezechiele 25:17 (qui il link in lingua originale), recitato più volte da Samuel L. Jackson, che in Pulp Fiction (1994) interpreta il gangster Jules Winnefield e che esprime il medesimo concetto:

“Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te.” 

Ed ecco come il personaggio di Paul Schrader continua a vivere vent’anni dopo: Travis Bickle ha infatti inaugurato una nuova classe di protagonisti dalla una personalità quasi antieroica e inerme, spettatori di una realtà alla quale non vogliono o non possono appartenere e che hanno la loro massima rappresentazione nella serie televisiva anime Cowboy Bebop (カウボーイビバップ, 1998). Il protagonista, il cacciatore di taglie Spike, sembrerebbe quasi un tributo a Travis.

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Spike, protagonista di Cowboy Bebop.

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Inoltre, il messaggio scritto al termine di molte sessioni, ”See you, space cowboy!” (Ci rivedremo, cowboy spaziale!) racchiude appino l’essenza di queste precarie personalità.

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Il messaggio che compare al termine di molte sessioni di Cowboy Bebop.

La parola cowboy nella pop colture racchiude in sé l’idea di un’umanità dotata di coraggio, impulsività, e inevitabilmente voglia di combattere e affrontare i rischi a testa alta: insomma una realtà estremamente terrena. Lo stesso Travis viene chiamato così più volte nel corso di Taxi Driver.

Al contrario, space, lo spazio, rappresenta il silenzio. Il buio, la solitudine, le lunghe notti in cui l’unico rumore che questi viaggiatori riescono a sentire è il proprio respiro e che caratterizzano uno degli aspetti principali delle loro personalità: l’insonnia, ovvero l’incapacità di riposare, di abbandonare la realtà e di svuotare la mente.

Il see you non è un goodbye: esso va a rappresentare la precarietà delle loro vite e l’esistenzialismo, che ne è parte integrante.

È per questo che Travis Bickle è immortale ed eterno: è stato il primo a rappresentare l’uomo giusto che non prende parte alla realtà, che non partecipa della sua vita ma che, nel suo caratteristico melanconico silenzio, cerca di cambiare. Possiamo vedere frammenti del tassista in ogni personaggio che si interroga su di sé e sulla propria morale.

 

See you space cowboy! 〈…〉

Someday! Somewhere!

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