Siamo stati alla 76ª Mostra del Cinema di Venezia dove abbiamo assistito in anteprima alle proiezioni di tutti i film in concorso. Tra Joker, Marriage Story e Martin Eden le sorprese sono state tantissime ma, ovviamente, non sono mancate le delusioni. Per ripercorrere questa edizione ci sembra giusto soffermarci su alcuni film che si sono distinti per stile o contenuto. Oggi, quindi, non vogliamo parlarvi dei nostri cinque film preferiti alla Mostra o dei cinque che abbiamo apprezzato di meno, ma ci teniamo ad analizzare quelle opere che, nel bene o nel male, ci hanno lasciati un segno in quest’ultima, splendida, edizione del Festival.

1) Ema

Pablo Larraín abbandona il biopic per meditare sul corpo, sull’istinto e sulla famiglia. La prima inquadratura fotografa un semaforo che brucia, immagine emblematica del rifiuto dell’ordine. E’ Ema la piromane protagonista: una bellissima Mariana di Girolamo che esprime la propria libertà per mezzo di azioni istintive. Lei e le sue amiche (con cui condivide la passione per il reggaeton e per il fuoco) assurgono a espressione dionisiaca, mentre il personaggio di Gastón (Gael García Bernal), coreografo teatrale, è alla continua ricerca del controllo. I problemi di questa contrapposizione tra generi nascono dalle disfunzionalità della bigamia, struttura sociale che cerca di controllare ed istituzionalizzare il caos delle pulsioni sessuali. Larraín mette in scena un melodramma concettuale (l’ispirazione a Teorema di Pasolini è chiara), mentre la fotografia colorata ed ammaliante tratteggia momenti musicali di grande impatto sensoriale. Finale aperto e poetico che fa tendere la storia all’eterno.

Fonte: Productora Fabula, YouTube.

2) About Endlessness

Lo svedese Roy Andersson dimostra tutto il suo rigore con About Endlessness, film-saggio che raccoglie scene scollegate e apparentemente distanti per rappresentare il lato peggiore della vita. Ogni scena, un quadro: Andersson si esprime per mezzo di lunghi piani sequenza di matrice pittorica (Sulla città di Chagall prende vita), campi medi profondi che tendono all’infinito. La freddezza della messa in scena elimina qualsiasi processo empatico, perché la distanza macchina-attore muta in una distanza emotiva spettatore-personaggio. E così, quadro dopo quadro, il regista svedese immortala il vuoto che separa gli uomini, la loro difficoltà a relazionarsi con Dio e con sé stessi. L’insensatezza del tutto pesa sui corpi di Andersson, che li ritrae con crudele ironia in quadri grotteschi e surreali. Un film che lavora per contrasto, che ci vuol far innamorare della vita esponendoci alle sue parti più sgradevoli, un’opera unica “sull’infinità dei segni dell’esistenza”.

Fonte: Om det oändliga, 2019, 4 1/2 Film.

3) Ad Astra

James Gray è convinto di aver portato sullo schermo “la miglior rappresentazione dello spazio mai vista in un film” e, in effetti, una cura verso l’esattezza scientifica è indubbia. Ma a lasciare perplessi è la sceneggiatura: Gray cerca di sfuggire ai cliché del genere intonando il proprio film con pessimismo e nichilismo, ma tralascia gli spunti filosofici offerti dal soggetto. Ad Astra, infatti, condivide con Melancholia il tema della solitudine cosmica, ma l’opera di Von Trier resta lontana anni luce dalla sua versione americana. Questo perché Gray si lascia condizionare dai vizi della narrazione classica: il montaggio ingombrante tende a smorzare il potere espressivo ed estetico della fotografia di van Hoytema (il d.o.p di Interstellar), mentre la voce fuori campo ci culla nel suo didascalismo. In questa vetrina di insicurezze registiche, il volto mummificato di Brad Pitt non è certo d’aiuto. Un grande punto di forza, invece, è da ricercare in un montaggio sonoro assolutamente suggestivo, manifestazione dell’ottimo comparto tecnico. Ma le ambizioni autoriali che muovono il film si perdono nell’infinità dell’universo, e le incursioni nel genere di Kubrick e Tarkovskij non sono pensabili in relazione a quest’opera zoppicante. Così, in un momento storico saturo di film sulle missioni spaziali, Ad Astra non aggiunge assolutamente nulla al genere. Peccato.

Fonte: 20th Century Fox, YouTube.

4) The Painted Bird

Film choc della 76ª Mostra del Cinema di Venezia, The Painted Bird di Václav Marhoul è il primo film girato, seppur parzialmente, in lingua inter-slava. La struttura è quella di Dancer in the Dark, con un protagonista impotente vittima di eventi incontrollabili e di conseguenze tragiche. Nelle quasi tre ore di durata il bambino protagonista ha a che fare con diversi tipi di violenza, tra ninfomani e pedofili che abusano della sua delicatezza. Non un film sull’olocausto, dunque, ma il racconto della brutalità umana nell’eterna lotta tra il bene e il male, una lotta espressa da un bianco e nero acuto e disperato che diluisce la speranza in un mare di dolore. La poetica è quella di Arancia Meccanica, con un individuo (l’uccello dipinto del titolo) respinto da un’intera società: il bambino dovrà adattarsi al costume comune, cioè diventare spietato ed egoista come i suoi padroni, tanto che la sua identità non avrà più bisogno di essere espressa: “Ricordi il tuo nome?”

Fonte: The Painted Bird, 2019, PubRes.

5) La verità

Il titolo fa riferimento ad un invito verso lo spettatore, che viene illuso di poter conoscere la verità dietro i personaggi di Hirokazu. E invece la verità sfugge, si nasconde dietro risposte negate, riflessi di luce e sguardi disperati. Nel nuovo film del regista giapponese non ci si può fidare di nessuno, perché la memoria è ingannevole, la soggettività inaffidabile, e allora la verità sta (forse) in un punto di vista esterno, oggettivo e cinematografico. Ma Hirokazu smonta anche questa convinzione, dimostrando che il cinema risente degli artefatti della vita: la macchina da presa non è lo strumento adatto per studiare la realtà, perché impegnata a catturare emozioni simulate e scelte registiche artificiose. Nei film la verità si cela dietro la grana della pellicola, mentre nel quotidiano continua il gioco dell’interpretazione: siamo tutti attori? cos’è vita e cos’è cinema? Temi non particolarmente originali, ma trattati qui con grazia da un grande regista contemporaneo.

Fonte: UniFrance, YouTube.

Immagini di copertina © Productora Fabula, © 20th Century Fox.
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