La Festa del Cinema di Roma prosegue e appare ormai chiaro come il Comitato di selezione, coordinato da Mario Sesti, abbia scelto come tema principale quello dell’emarginazione: i 43 film appartenenti alla Selezione ufficiale infatti si concentrano tutti su storie di razzismo, sopraffazione, disagio e perdizione.

Proseguiamo dunque con la seconda parte del nostro Speciale (la prima parte potete trovarla qui), parlandovi di alcuni film che ci hanno particolarmente colpito.

 

“Light as Feathers”: quando l’adolescenza diviene ingenua sopraffazione

Fonte: tiff.net

Il primo film di cui vogliamo parlarvi proviene dai Paesi Bassi, ed è diretto da Rosanne Pel. La macchina da presa si cala in un villaggio rurale di allevatori di oche in Polonia, penetrando nell’intimità domestica di una famiglia, indagando lo sguardo di un adolescente serio e dagli occhi tinti di una sofferenza a noi sconosciuta. Il quindicenne Eryk vive con la madre, la nonna e la bisnonna, e nulla conosce del proprio padre, la cui figura rimane emblematicamente perduta nel volto silenzioso e malinconico della madre. Quest’ultima sembra incapace di crescere il figlio secondo sani principi: immobilizzata in un passato di soprusi e delusioni, sembra esigere per sé un’adolescenza ormai perduta, vivendo nella continua speranza di risultare ancora attraente agli occhi dei giovani e del proprio figlio – in un desiderio morboso che talvolta appare incestuoso. Eryk dunque, privo di saldi punti di riferimento, è costretto a decidere da sé cosa sia giusto e cosa sbagliato, commettendo degli errori a cui neppure lui sa dare alcuna giustificazione, perché derivanti da scelte caratteriali e sentimentali troppo fragili e confuse. Questo infantilismo si traduce nella sua difficoltà a gestire i rapporti con gli altri, in particolar modo con la propria fidanzata tredicenne Klaudia, a cui impone con la forza di perdere la verginità, provocandole un forte disagio interiore.

Rosanne Pel costruisce delle immagini dalla grana amatoriale, adottando una regia movimentata, talvolta fortemente carnale nel suo desiderio di avvicinarsi ai volti dei protagonisti, spiandone le emozioni e le reazioni. La tristezza dei rapporti, la tragicità delle esistenze è restituita da una luce perennemente grigia e fredda, che come un velo di lacrime copre un paesaggio rurale dove sorda e impunita si aggira la violenza, in special modo quella contro le donne, qui ritratte come incapaci di ribellarsi alla forza maschile, perdute nel circolo vizioso degli sbagli e delle incertezze.

 

“Back Home”: la spaventosa cecità morale dell’oscurantismo religioso

Fonte: cinefilos,it

Back Home è un film polacco diretto da Magdalena Lazarkiewicz che, come il precedente, mette al centro la violenza contro le donne. Ula è una giovane ragazza che torna a casa, dalla propria famiglia, dopo essere fuggita da una casa di tolleranza dove il fidanzato la costringeva con la forza a prostituirsi. Al suo rientro, invece che accoglienza, apertura e discussione, trova solo diffidenza, ostracismo, reclusione e ancora più sofferenza. La famiglia infatti, ed in particolar modo la madre, è profondamente religiosa, incapace di sviluppare un pensiero autonomo che non sia influenzato da una morale cattolica chiusa e limitante.

Lo sguardo di Ula si perde nel vuoto, la sua voce è strozzata dall’impossibilità di accordare i propri sentimenti, le proprie confessioni ad un mondo esterno troppo preoccupato a sfruttare e a pregare, anziché ascoltare e comprendere il prossimo. Ula, scappata di casa con il proprio ragazzo, trova solo misoginia, brutalità ed interessi materiali. Tornata a casa, ritrova la falsità dei rapporti, portati avanti in una indifferenza che rivela solo ipocrisia e bigottismo. In mezzo a questo sfacelo umano, solo una persona sembra interessarsi alla sua condizione di solitudine, il fratellino, che per via della sua tenera età riesce ancora a possedere una curiosità genuina, non contaminata da filtri idealistici, o da vergogne borghesi che possono macchiare la rispettabilità di un nucleo famigliare.

Lo sguardo di Ula si perde nel vuoto, i suoi occhi sono immobili, come lo sono le inquadrature che la riprendono in tutto il suo silenzioso conflitto, attorniata da una famiglia incapace di ascoltare, o che la colgono nei pochi momenti di gioco col fratello. La fredda e oggettiva regia della Lazarkiewicz ci rende gli attori distanti ma partecipi di una storia dove gli affetti sono sotterrati da un disgustoso imbarbarimento dei cuori, e dove l’amore e la compassione esistono ancora, ma sono troppo silenziosi per resistere al chiasso dell’odio.

 

“If Beale Street Could Talk”: la resistenza dell’amore in un mondo razzista

Fonte: vox.com

Si tratta di uno dei film più attesi della Festa, per il semplice motivo che è diretto da Barry Jenkins, vincitore del Premio Oscar nel 2016 per Moonlight. Ancora una volta il regista ci parla del razzismo nei confronti degli afroamericani, ambientando la propria storia nella Harlem degli anni ’70. La giovane Tish e il fidanzato Fonny sognano di trasferirsi insieme in un appartamento, inaugurando così la propria vita coniugale. I loro piani hanno però un’improvvisa battuta d’arresto quando Fonny viene ingiustamente incolpato, da un poliziotto bianco, di stupro. Tish dovrà occuparsi di preparare il processo giudiziario del fidanzato, nell’esatto momento in cui si accorge di essere incinta.

La trama del film si gioca su due piani temporali che si sovrappongono continuamente, proseguendo paralleli nel loro svolgimento lineare: il periodo idilliaco della frequentazione e dell’innamoramento dei due fidanzati, introdotto dalla voice over narrante di Tish, e il presente dell’incarcerazione e della preparazione al processo, problematizzato dalle difficoltà economiche delle famiglie dei due ragazzi, e dalla loro ricerca di prove atte a scagionare l’innocente.

La storia sentimentale è narrata da Jenkins con toni distesi e romantici, affidandosi ad una regia talvolta fluida, altre scrupolosa nell’indagare i movimenti e i gesti dei due innamorati, spingendo lo spettatore a partecipare emotivamente all’idillio: emblematica in tal senso la lunga scena in cui i due ragazzi hanno per la prima volta un rapporto sessuale, affrontata attraverso piani ravvicinati che meglio comunicano il disagio e il desiderio che trapela attraverso i corpi.

Con l’entrata di Fonny in carcere, i toni si fanno sempre più tesi e drammatici, la regia meno morbida e più serrata, l’uso dei piani ravvicinati acquistano una carica emotiva diversa: non più atti ad inquadrare visi colmi di affetto e felicità, ma sguardi costretti a guardarsi da dietro una vetrata di carcere, sofferenti e preoccupati per il futuro.

Jenkins è sicuramente un abile manipolatore della materia cinematografica: la regia drammatizza con efficacia una sceneggiatura ben scritta, avvalendosi di bravi attori e di un ottimo comparto tecnico. Jenkisn è anche sensibile nel conoscere e nell’approfondire i suoi personaggi, anche se talvolta rischia di cadere in un eccessivo sentimentalismo, che tuttavia stempera di fronte ad un finale più amaro che dolce.

 

An Impossibly Small Object: uno studio sulla luce, sull’ispirazione, sulla convergenza di esistenze

Fonte: cinematographe.it

Ed eccoci ad uno dei film più suggestivi e poetici che finora abbiamo visionato alla Festa, diretto da David Verbeek.

L’opera presenta due storie, ambientate in luoghi diversi, apparentemente anche temporalmente, che tuttavia interagiscono, sia sul piano fattuale che metaforico. Un fotografo olandese si aggira per la Taipei notturna cercando l’ispirazione, e fotografa una bambina che gioca con l’aquilone in un parcheggio desolato. La foto ci trasporta dunque nella vita della bimba, Xiaohan, la quale gioca ogni giorno con il suo migliore amico Haohao. Quest’ultimo, figlio di genitori benestanti, un giorno è costretto a partire per gli Stati Uniti. Xiaohan, infelice, si chiude in una malinconica solitudine. La regia di Verbeek insegue la bambina con una fluida steadycam, immergendosi nelle sue corse e nei suoi giochi; adotta controcampi e piani ravvicinati durante le interazioni dei due piccoli, palesando una loro unione sentimentale, e sceglie piani fissi e distanti invece quando inquadra Xiaohan con la famiglia, come ad indicare una loro distanza.

Poi il film si concentra sul fotografo, tornato ormai in Olanda. È un ragazzo i cui rapporti sono sacrificati alle sue continue peregrinazioni fotografiche in giro per il mondo. Uno strano fascino emana la fotografia della bambina ai suoi occhi, una inspiegabile attrazione sembra legare le vite del soggetto guardato e del guardante, in una unione esistenziale che sfida lo spazio ed il tempo entro quel risucchio di luce che è la fotografia.

Emblematica la scena in cui un’anziana signora dice al fotografo di essersi interessata, dopo aver perso nell’infanzia una persona a cui era molto legata, agli oggetti impossibilmente piccoli, li dove la luce viene assorbita fino all’oscurità, e il tempo e lo spazio si fermano.

Chi è la donna se non quella bambina a cui pochi giorni prima l’artista aveva scattato una fotografia?

Verbeek non fa che stendere una riflessione sulla fotografia e sulla sua valenza poetica ed esistenziale, donando all’arte la capacità di racchiudere in un istante le molteplici stratificazioni del reale, la possibilità di trasformarsi in un buco nero atto a rivelarci come il tempo sia relativo, e le esistenze possano accavallarsi di generazione in generazione, verso un incontro rivelatorio che solo attraverso quello scatto, quei malinconici occhi di bambina raggelati in una posa eterna, può essere reale, come l’immaginazione, come il sogno.

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