La Disney, che comprò nel 2012 per 4,5 miliardi di dollari la Lucasfilm, e che recentemente ha acquistato la 21st Century Fox, è diventata in poco tempo il più grande colosso mediatico del pianeta. Tale multinazionale dello spettacolo non poteva non rendersi conto – reiterando certi modelli produttivi che fanno del revival, del remake e del sequelprequelspin-off agenti dominanti del regime scopico hollywoodiano fondato sull’entertainment – della potenza economica che recava ancora in sé un prolifico franchising come quello di Star Wars, il quale non ha mai smesso di fruttare denaro grazie alla sua ampia catena produttiva e commerciale di cui il cinema ne costituisce ormai solo una parte. Il fanmade legato alla saga ideata nel lontano ’77 da George Lucas non ha mai smesso di mostrare il proprio attaccamento generazionale ed affettivo a quell’universo mitopoietico che tanta importanza avrà nel definire e stravolgere i canoni del cinema fantascientifico: in tal senso i film di Star Wars rimangono ancora materia viva ed attuale per un immaginario fantastico che rende lo spazio terreno mitico per guerre, drammi politici ed umani che potrebbero benissimo appartenere alla Terra.

Fin dai suoi esordi sperimentali ed avanguardistici (che difficilmente ritorneranno in tutta la loro potenza eversiva), la Disney si è prestata alla ricerca di nuovi orizzonti espressivi utili alla riformulazione di un nuovo immaginario giovanile, e ancora oggi si è voluta occupare delle nuovissime generazioni dando però anche importanza – ed è questo un allargamento che tiene conto della crescente importanza della compagnia nella filiera produttiva-distributiva – a tutti quegli spettatori più anziani e nostalgicamente legati alla saga.

Kylo Ren (Adam Driver). Fonte: wallpapersite.com

Se da un lato dunque i nuovi film di Star Wars avrebbero ripreso la saga da dove era stata interrotta, ricalcandone, attraverso strizzatine d’occhio o vere e proprie riproposizioni, gli stilemi narrativi ed estetici, dall’altra parte ne avrebbero anche portato avanti la narrazione, espandendone le molteplici diramazioni e, addirittura, riformandone certi archetipi. Se Star Wars: Il risveglio della Forza (2015) andava per lo più verso la prima direzione, non riuscendo a dare nulla di realmente innovativo e risultando un’operazione di marketing nostalgicamente sterile, Star Wars: Gli ultimi Jedi si dirige maggiormente verso la strada dell’innovazione e, addirittura, della parodia del genere. 

Il film inizia proprio dove il precedente aveva fine: la Resistenza è costretta a scappare dal Primo Ordine, al cui vertice c’è il Leader Supremo Snoke. Nel frattempo Rey consegna la spada laser a Luke Skywalker, il quale, eremita in un’isola deserta, ha abbandonato da anni la via della forza e sputa parole di disincanto sull’ordine degli Jedi e sulla loro parabola del bene. Rey, d’altro canto, dimostra di essere attratta dal Lato Oscuro della forza a cui appartiene Kylo Ren, il quale anch’egli, dopo aver ripudiato ed ucciso il padre Han Solo, non dimostra di appartenere ferreamente ad alcuna fazione, palesando continui ripensamenti ed oscillamenti tra le forze del bene e del male.

Se nelle precedenti trilogie le problematiche identitarie erano incarnate specialmente dal personaggio di Anakin Skywalker/Darth Vader, e risolte le ambiguità la dicotomia tra bene e male veniva rinsaldata secondo codici di genere ben precisi, in questo nuovo film diversi personaggi dimostrano un’introspezione, una crisi di ideali che scardina il facile dualismo manicheista: anche il Male ha i suoi motivi per esser tale, le sue incertezze, la propria componente tragica. Ciò è evidente in Kylo Ren, le cui scelte, come mostra chiaramente il film, sono state condizionate dal tradimento del maestro Luke Skywalker, anch’egli un personaggio non più dominato dalla stoica saggezza Jedi, bensì pervaso dagli istinti, dai dubbi e dai ripensamenti. L’origine del Male risiede anche negli sbagli del Bene, e queste due entità astratte si compenetrano e si influenzano a vicenda, venendosi a trovare più connesse e vicine di quanto si pensi.

Luke Skywalker (Mark Hamill). Fonte: es.gizmodo.com

Questo vacillare ideologico, come abbiamo visto, lungi dallo scardinare l’etica epica su cui si è sempre basata la saga, condiziona bensì la caratterizzazione dei personaggi, i quali non vogliono più rappresentare, da soli, la definitiva risoluzione alla rottura dell’equilibrio narrativo; nelle idee del regista Rian Johnson non c’è di certo quella di eliminare i personaggi principali che fungono da agenti nodali alla trama, come fece un certo cinema comunista russo, bensì quella di smontare la figura dell’eroe tipica del cinema hollywoodiano, con il suo portato di sicurezze morali e di imprescindibile unicità.

Ancora una volta è Luke Skywalker a darci l’idea di questo cambio di direzione, colui che non figura più come il valoroso guerriero spinto da nobili ideali quale era una volta, bensì come un uomo disilluso, burbero e avvinto dai propri sbagli; in una scena chiave, egli impartisce una lezione a Rey con l’obiettivo di farle capire cosa sia la Forza: essa è un’energia invisibile che permea l’intero creato e a cui, secondo la tradizione, solo gli Jedi sono connessi; ma la sensibilità che unisce la forza delle cose a quella dell’individuo, secondo Luke, appartiene a tutti: ogni persona la conserva, o la nasconde, nella propria intimità. Secondo questa nuova prospettiva dunque gli Jedi non appartengono più ad una razza superiore fatta di eroi, bensì, sono come dei poeti la cui acuta sensibilità permette loro una comunione più immediata con il Cosmo. Non sono più i soli a dare fondamentali contributi alla lotta contro le forze maligne, ad essere i guardiani della pace; tutt’al più essi divengono le guide, gli importanti tasselli di una Resistenza i cui principi appartengono a tutti, e i cui obiettivi vengono realizzati grazie all’aiuto di ogni membro, di ogni individuo – che sia egli comandante o operaio addetto alle tubazioni come lo è Rose.

La scena in cui Rey (Daisy Ridley) consegna la spada a Luke Skywalker. Fonte:wallpapersden.com

A dare maggior rilievo a questa rottura con il passato vi è una scena esemplare: quella dell’incendio alle sacre scritture dell’ordine degli Jedi. Se ad appiccare il fuoco all’inizio voleva essere Luke, guidato da un furore iconoclasta e spinto da un odio accecante verso quei poeti/guerrieri che adesso lui giudica, in maniera troppo severa, pericolosi ed incostanti, stupisce il fatto che a farlo sia in realtà il maestro Yoda, colui che simboleggia la ponderata saggezza Jedi. Le sacre scritture non devono più essere sinonimo di un passato ormai stantio e polveroso, giacché la loro pesantezza deve gravare tutta sulle spalle dei Maestri, gli unici depositari della Forza, la cui energia viene tramandata di discepolo in discepolo, verso un futuro che accolga tutti negli stessi ideali di pace e comunione.

Non più eroi, dunque. E questa scelta si ripercuote in particolar modo in alcune scene: quella, per esempio, in cui Finn tenta di salvare la Resistenza con un attacco suicida, per poi essere ostacolato da Rose che lo salva dal suo sacrifico: non ha più importanza l’atto eroico individuale tanto quanto la preservazione della vita di ogni soldato, nonché della comunità. Si ripercuote anche in personaggi secondari come DJ, interpretato da Benicio Del Toro, un hacker che non ha alcun problema a patteggiare con qualunque fazione, salvo cospicua ricompensa, e che palesa attraverso la sua morale la perdita di ogni coordinata eroica, estremizzando lo spaesamento di giudizio tra bene e male: in una scena infatti egli mostra a Finn come le armi vendute dai mercanti di guerra, beceri sfruttatori, siano state comprate sia dal Primo Ordine che dalla Resistenza.

Il film è pervaso da una sottile patina umoristica che esplode in certe scene in vero stile disneyano. Se è vero che questa scelta di inserire battute o vere e proprie gag all’interno dell’universo di Star Wars inficia alla sua valenza drammatica ed epica, è pure che vero che tale comicità è usata ai fini di una leggera parodia del genere, e che tale parodia è funzionale alla distensione dei concetti di bene, male ed eroe sopra detti. Se è vero che ogni genere, giunto al suo culmine narrativo ed espressivo, trae nuova linfa dalla sua parodia (lo spaghetti-western di Bud Spencer e Terrence Hill ne è un esempio), allora la saga di Star Wars procede, seppur non in maniera estrema e totalmente riformante, ad una critica dei propri stilemi in vista di un ponderato alleggerimento di questi e ad una loro riformulazione. La scena emblematica e discussa che racchiude questa nuova ironia della/alla saga è quella del ferro da stiro a vapore che, inquadrato dal basso in primissimo piano con un effetto deformante, appare come una navicella spaziale in atterraggio.

Lungi dal considerare Star Wars: Gli ultimi Jedi come uno dei migliori della saga – ad esso manca ancora la forza evocativa, la genialità dirompente ed innovativa del primo Star Wars, nonché la sua forza narrativa- o addirittura un capolavoro, come alcuni hanno osato definirlo, esso ha però sicuramente il merito di aprire un nuovo universo espressivo per la saga, che si spera sarà sfruttato ed espanso nell’ultimo film della trilogia.

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