Di Jacopo Abballe

Quando nel 1981 esce la raccolta di racconti Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, l’America conosce definitivamente Raymond Carver e il suo incredibile talento. Secondo la critica, lo stile dello scrittore, poeta e saggista statunitense trova la sua forza nel minimalismo che lo contraddistingue. Ma Carver detesterà l’etichetta “minimale” affiancata alla propria prosa e tra i motivi di questo astio vi è sicuramente il brusco editing che ha visto applicato alla sua opera più famosa. Gordon Lish, storico editor di Carver, deturpò i manoscritti della raccolta, arrivando a tagliare fino al 78% di alcuni racconti. In tutto, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore riporta meno della metà delle pagine di Principianti, versione integrale dei manoscritti originali. Nelle lettere che Carver spedisce a Lish nel tentativo di fermare questi estremismi editoriali è palpabile il disagio che questi conferiscono all’autore. In una lettera all’editore, egli scrive: “Adesso ho una gran paura, una paura da morire, lo sento, che se il libro fosse pubblicato nella sua attuale forma revisionata, non riuscirei più a scrivere un altro racconto, Dio non voglia.” 

Nonostante le sue preoccupazioni, però, la raccolta così revisionata si scopre un enorme successo di pubblico e critica, tanto da permettere a Carver di vivere in tranquillità e dedicarsi totalmente alla scrittura fino alla morte nel 1988. Oggi quello di Carver è uno dei nomi attorno cui ruota ogni corso di scrittura creativa e la sua prosa asciutta e sintetica è divenuta la base da cui partire per raggiungere una certa trasparenza narrativa.

Ad aprire questo incredibile successo è Perché non ballate?, il primo stupendo racconto di Di cosa parliamo. Un’opera che Paolo Giordano nella prefazione all’edizione italiana di Principianti (Einaudi, 2014) definisce “emblematica”. In effetti, il racconto è tanto breve quanto insolito: una giovane coppia si ferma ad una svendita in giardino e viene a contatto con Max, il proprietario di tutti i prodotti. Mobili ed elettrodomestici sono allestiti sul prato verde della sua proprietà e la coppia nota in particolare un letto ed un televisore. Jack, il ragazzo, riesce a contrattare un buon prezzo per tutti e due, ma anziché prenderli subito, lui e la sua fidanzata Carla accettano il whiskey offerto da Max e rimangono con lui fino a sera a bere ed ascoltare musica. Elemento importante del racconto è il letto matrimoniale, simbolo perfetto di una solitudine feroce: prima c’era una lei, ma adesso non vi è più, motivo che forse spinge l’uomo a vendere anche tutti gli altri oggetti della casa. D’altronde nella scrittura di Carver, l’interno dello spazio domestico ha sempre una presenza viva, tutt’altro che accessoria, e queste pagine ne sono un esempio ideale.

Il raffinato incontro descritto dall’autore riporta alla più famosa scena di Rapacità, la mastodontica opera cinematografica di Erich von Stroheim. Il film, datato 1924, presenta alcune similitudini con Di cosa parliamo: non solo entrambe le opere sono le più ricordate dei rispettivi artisti, ma ambedue hanno subìto ingenti tagli per motivi commerciali. La versione originale e ormai perduta di Rapacità durava infatti 462 minuti (!) anziché i 140 di quella cinematografica ed i 239 di quella restaurata. Ma la similitudine più sentita si ritrova nei contenuti. In una scena di questo capolavoro del cinema, Trina e McTeague si sposano e nello stesso momento, fuori dalla finestra, in profondità di campo, è visibile un carro funebre passare per la strada.

Momento in questione al minuto 1:31

 

La scena non dimostra soltanto l’originalità di Stroheim nella costruzione di immagini complesse, ma anche la crudeltà delle sue storie. Gli sposi, uno dei simboli per eccellenza della speranza, sono posizionati davanti ad un presagio di morte, alla loro inevitabile fine. Certo, i temi affrontati da Carver e da Stroheim sono ben diversi, ma la condizione di quella giovane e spensierata coppia descritta dal primo ricorda sufficientemente quella in cui sono drammaticamente immersi i personaggi del secondo. Jack e Carla pensano ad arredare la loro nuova casa, a costruire il loro futuro insieme, ma lo fanno anche grazie a Max, proiezione dell’inevitabile futuro che li attende. La solitudine che divora l’uomo colpirà prima o poi Jack o Carla, e forse allora anche loro sentiranno il bisogno di sbarazzarsi di quegli oggetti dapprima condivisi. Il tutto è descritto con grande stile in poche ed essenziali pagine, così come Stroheim descrive il medesimo disagio in appena due inquadrature.

Una scena di “Rapacità” (1924). Fonte: IMDB

In uno dei momenti finali di Perché non ballate?, Carla si stringe a Max ed i due ballano a ritmo di musica. È sera, hanno bevuto ed i vicini li osservano perplessi. “C’era dell’altro”, dirà Carla a proposito di quell’uomo di mezza età o forse di se stessa, “c’era dell’altro, lo sapeva, ma non riusciva a metterlo a parole.”

© riproduzione riservata