di Davide Pirocci

Era il 3 gennaio del 1929 e a Roma nasceva Sergio Leone dal padre Vincenzo Leone (in arte Roberto Roberti) e dalla mamma Edvige Valcarenghi (in arte Bice Waleran). Figlio d’arte, dunque, il piccolo Sergio è sin da subito incline e determinato a scrivere il suo destino e trovare la sua dimensione artistica.

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Inizia da giovane sporcandosi le mani nel set, facendo la comparsa a 18 anni per Vittorio De Sica in Ladri di biciclette.  Intraprende la carriera cinematografica sognando di diventare regista. Se quello fu solo l’inizio, ad oggi, a distanza di più di 90 anni dalla sua nascita e a più di 70 da quella sua prima esperienza sul set, Sergio Leone è diventato una vera e propria icona, un simbolo – per molti un vero e proprio maestro. Con i suoi film ha marchiato a fuoco la storia del cinema con sette sigilli di bergmaniana memoria.

Tra il principio del suo mito e l’attualità corre una semiretta che comprende tutte le sue esperienze, forti di aver cambiato radicalmente la percezione del cinema e di aver ridimensionato il ruolo del regista/autore. Dall’esordio con Il colosso di Rodi, film di genere Peplum (ovvero spada e sandalo), passando per il trampolino di lancio dello Spaghetti western con la Trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo). Passando infine alla consacrazione con la Trilogia del tempo (C’era una volta il West, Giù la testa, C’era una volta in America).

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Se si riflette sulla sua ascesa da regista, non si può fare a meno di evidenziare due fatti. Il primo è il coraggio e la determinazione di trattare e rendere proprio il genere che ha affrontato; senza scadere in banalismi o strizzate d’occhio verso l’oltreoceano. L’altro fatto è l’accoglienza che la critica nostrana ha avuto nei suoi confronti. Un problema legato non tanto alla sua figura di regista quanto alla scelta dei film realizzati.

Nell’Italia di fine anni ’60, infatti, proporre un cinema Western “all’italiana” fu un azzardo. Solo il pubblico popolare comprese il regista, e ne ha garantito l’esistenza grazie agli incassi. Invece, la critica dei professoroni, non ha mai perso occasione di additare i suoi film. Essi venivano ritenuti come violenti, immorali e privi di impegno civile (considerato, a quei tempi, l’unico obiettivo da perseguire con il cinema).

Che nessun profeta fosse ben accetto nella propria patria è una cosa appurata e con la quale spesso ci si deve fare i conti, ma se nell’Italia di quel tempo nessuno ha saputo cogliere la grandezza dell’opera di Leone, ecco che dagli Stati Uniti, dopo un’iniziale diffidenza nei confronti di un regista “concorrente”, arrivano le lodi tessute da autori del calibro diClint Eastwood, Sam Peckinpah, Brian De Palma, Martin Scorsese e Quentin Tarantino.

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Ecco quindi che, anche grazie agli attestati di stima di questi eccellenti colleghi, la percezione dell’opera di Sergio Leone è mutata radicalmente. L’etichetta di artigiano di film di genere passa a quella di artista di film d’autore. Non è un caso se a più di 30 anni dalla sua scomparsa il nome di Leone sia più altisonante che mai.

Se nella testa di ognuno di noi sono presenti i piani stretti sugli occhi di ghiaccio di Clint Eastwood, le melodie prodotte dal sodalizio con un altro pilastro dell’arte italiana del ‘900, Ennio Morricone, la malvagità dello sguardo di Lee Van Cleef, i duelli di Gian Maria Volonté, la scaltrezza e l’ironia di Eli Wallach e il sorriso di De Niro nell’ultima inquadratura di C’era una volta in America, è perché la qualità e l’arte paga, si nota e resta – anche dopo tanti anni. Sergio Leone, ne è la dimostrazione più lampante.

Per ricordare la scomparsa del grande compositore Ennio Morricone, il Sunset Drive- in proietterà C’era una volta in America giovedì 9 luglio alle 21:00.

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