È il lontano 1989 quando Tim Burton dà vita alla prima trasposizione cinematografica autoriale di Batman, personaggo della DC Comics, il cui antagonista principale è il Joker. Jack Nicholson impersona il villain del fumetto: il suo sorriso è una smorfia permanente. Il suo cupo ghigno è frutto di un incidente: il Joker è un uomo dalle tendenze criminali che finisce in una vasca di acido, rimanendo terribilmente sfigurato. Non vi è distinzione tra essere e apparire: il volto di Joker diventa la sua maschera di clown assassino: “io faccio arte finché qualcuno muore” è il motto di Nicholson, in un ruolo che si adatta perfettamente alla sua personalità istrionica.

©Movieplayer

In realtà, un’altra versione del Joker era già apparsa sul grande schermo nel 1966 con le sembianze di Cesar Romero nel lungometraggio di Leslie H. Martinson che si ispira alla omonima serie tv. Ma è solo con Burton che il clown criminale entra nell’immaginario cinematografico, pur non discostandosi dalla natura fumettistica della storia e del personaggio.

Nel 2008 Christopher Nolan reinterpreta il Joker avvalendosi del talento di Heath Ledger. Quello di Nolan è un Joker più oscuro, il matto, il criminale, il sadico e la sua risata diventa una rottura col mondo esterno. Heath mette in scena uno psicopatico vero che incute paura: “Quello che non ti uccide… ti rende più strano” è la frase che lo lo rappresenta. In Suicide Squad di David Ayer del 2006 tra la carrellata di personaggi “strambi” del film appare anche il Joker. Questa volta ha il volto di Jared Leto ma il villain-pagliaccio resta al margine: è innamorato di Harley Quinn (Margot Robbie), la protagonista del film e, in lei, bella e weird trova una corrispondenza. Un incontro di patologie che si trasforma in un idillio pseudo-romantico, per intenderci.

TM & © DC Comics, © 2007 Warner Bros Entertainment Inc.

Todd Phillips col suo Joker rimescola completamente le carte: se ogni film è frutto del suo tempo, il Joker di Phoenix incarna perfettamente il disagio esistenziale e sociale dei nostri giorni.

Phillips ha il merito di aver re-inventato uno dei villain più conosciuti e averlo reso umano. Quello di Phoenix, nelle vesti malinconiche di un clown fallito, è un Joker assolutamente contemporaneo: l’alienazione, la solitudine, quel senso di mancanza e di non-accettazione esplodono in un verso (impossibile da dimenticare) che è insieme riso e pianto. La disperazione e la beffa di un destino irreversibile si traducono in una reazione emotiva incontrollabile. “Non sono mai stato felice un solo momento della mia vita” è l’amara constatazione del Joker, il cui nome d’arte , ironicamente è Happy. La risata isterica del clown è un disturbo psichiatrico, un impulso irrefrenabile, una compulsione in cui convergono tutte le sue nevrosi e le sue paure. Philipps non si limita a rappresentare ma esplora le ragioni che hanno reso Joker ciò che è, ciò a cui non può sottrarsi.

Il regista e Joaquin Phoenix, in una performance che di sicuro non passerà inosservata ai prossimi Oscar, compiono un atto sovversivo con questo film tant’è che lo spettatore è dalla parte del “cattivo”. Il concetto di Bene e Male diventa interscambiabile: chi sono i veri cattivi? Chi i veri mostri? Chi stabilisce cosa è giusto e cosa non lo è?
Joker reagisce a ciò che gli viene fatto tutta la vita: deriso, bullizzato, violato, calpestato, la sua follia si configura come la liberazione totale. La rivalsa, il riscatto su un mondo che non lo ha mai amato, a cominciare dai genitori. Joaquin Phoenix è il cuore pulsante di un film struggente e poetico; Gotham City non più oscura e lontana come un luogo immaginario dai toni dark, ci appare in tutta la provvisorietà, la solitudine, il senso di pericolo imminente della grande metropoli.
Nessun vero sorriso sul volto del clown che non fa ridere, nessuna gioia se non quella immaginata nei suoi deliri. “Riguarda solo me? O tutti stanno impazzendo?”. Il Male, il dolore e la violenza sono ovunque. Al Joker non resta che infliggere lo stesso Male agli altri, facendosi giustizia da solo.

La pellicola ci ricorda grandi capolavori come Taxi Driver e V per Vendetta. E si possono trovare molta affinità, nella potenza visiva e forza sovversiva, con un film cult come il Fight Club di David Fincher. Il regista realizza ogni scena, anche quella più violenta, come un artista dipinge i suoi quadri: pennellate di poesia, dettagli, guizzi visivi.
Di grande impatto anche il ruolo di Robert De Niro che nel film incarna il potere dei media, interpretando un noto conduttore tv molto seguito dal Joker. Come ha giustamente sottolineato la giuria in sala stampa alla Mostra del Cinema di Venezia, definendo l’interpretazione di Phoenix “sovrumana”, questo Joker non solo diventerà un personaggio iconico ma entrerà di diritto nella Storia del cinema.
Phoenix non ha nulla dei Joker precedenti: non è un fumetto, non è un malvagio nel senso vero del termine, è un clown triste di chapliniana memoria che danza sulle note di That’s life, un Pierrot che tenta di librarsi in volo tra una lacrima e una risata amara e consapevole della sua condizione umana. Quando non c’è più distinzione tra la maschera e il volto, tra il sorriso e la disperazione, quando il clown finalmente abbraccia il suo destino per quello che è, ecco che Happy cede il posto alla sua essenza più profonda e dolorosa, ed entra in scena il Joker, sotto i riflettori del mondo che lo ha ripudiato.

Meritatissimo Leone d’oro a Venezia 76, l’opera di Phillips è un autentico capolavoro, musica per gli occhi, sinestetica esperienza di vero cinema. Come ha asserito Johnny Depp in conferenza stampa alla Mostra parlando dei villains del cinema: “A volte, i cattivi sono solo bambini spezzati”. E il Joker di Phoenix è senza dubbio un uomo che deve ricucire i sui pezzi, mentre la sua risata risuona sui tetti del mondo.

© riproduzione riservata