di Adriano Losacco

L’amicizia ritrovata e logorata dal tempo. La crisi generazionale dei trent’anni. Il viaggio verso l’esotico. La malinconia di una gioventù sfiorita. La fuga da una realtà opprimente ed estranea come “l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” al fine di (ri)scoprire se stessi in un contesto sociale italiano segnato dall’incertezza di una ripresa economica post bellica fino agli anni di piombo.

Sono essenzialmente questi i fili conduttori del cinema degli esordi del regista campano Gabriele Salvatores, un cinema dalla forte impronta autorale che rievoca il neoralismo, parlando di noi e della nostra società con ironia e intelligenza e il cui massimo splendore risiede nella cosiddetta “tetralogia della fuga”.

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Il primo film della tetralogia si intitola Marrakech Express, risale al 1989 e si apre con l’arrivo a casa di Marco (Fabrizio Bentivoglio) di una ragazza di nome Teresa (Cristina Marsillach), fidanzata del suo vecchio amico Rudy (Massimo Venturiello).
La giovane chiede a Marco trenta milioni di lire per riscattare la galera alla quale l’amato sta per essere condannato per detenzione di hashish a Marrakech in Marocco. Intenzionato ad aiutarla, Marco decide di chiedere aiuto anche ai suoi vecchi amici di università: Ponchia (Diego Abatantuono), Paolino (Giuseppe Cederna) e Cedro (Gigi Alberti). Dopo alcune perplessità i quattro amici in compagnia di Teresa si mettono in viaggio verso il Marocco.

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Giunti a destinazione si addentrano nelle dune del deserto marocchino arido quanto il loro sentimento di amicizia che lentamente torna a prendere forma attraverso il ricordo stimolato da una vecchia foto di gruppo. Il sentimento si solidifica durante l’iconica partita di calcio per poi raggiungere il suo culmine massimo con il marchio carnale che i quattro decidono di imprimersi con uno stesso tatuaggio. Non manca il colpo di scena che metterà nuovamente alla prova il loro legame affettivo, rendendoli meno cinici e più consapevoli delle abitudini e delle responsabilità che col passare del tempo li hanno trasformati negli “angeli della desolazione” di Kerouac.
Il tono del film, così come degli altri tre, è quello della commedia, a tratti nostalgica, sostenuta da una serie di battute esilaranti mediate dalla verve spiccata degli attori, dalla solida sceneggiatura di Carlo Mazzacurati, Umberto Contarello ed Enzo Monteleone finalista al premio Solinas del 1987, dalla musica blues di Roberto Ciotti e dal tema musicale ricorrente di L’anno che verrà di Lucio Dalla e La leva calcistica del ’68 di Francesco De Gregori. Tutti questi elementi mirano ad evocare l’essenza del film racchiusa in realtà già nel suo incipit: “Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico”.

Screenshot del film

Sulla scia di Marrakech Express Salvatores nel 1990 realizza Turné nel quale, ai temi sopracitati, aggiunge quello dell’amore.
E’ la storia di due amici di lunga data nonché attori di teatro: l’estroverso Dario (Diego Abatantuono) e l’introverso Federico (Fabrizio Bentivoglio) incapace di dare una svolta alla sua vita dopo essere stato lasciato da Vittoria (Laura Morante) ora impegnata, a sua insaputa, proprio con Dario. E’ la stessa Vittoria, rea di aver creato scompiglio, a dimostrare paradossalmente l’equilibrio tra i due amici nel loro essere diversi, ma allo stesso tempo complementari come fossero i due volti di uno stesso uomo, l’uomo perfetto del quale la donna confessa di essersi innamorata.

Nel film è presente sempre il tema del viaggio come evasione dalla realtà per rifugiarsi e ricrearsi, in questo caso, nella finzione della rappresentazione de Il giardino dei ciliegi di Anton Čechov. Si tratta pertanto di un viaggio di tappe non solo geografiche segnate dalla tournée teatrale intrapresa dai due protagonisti, ma anche e soprattutto di un viaggio nei sentimenti. Non per questo subentra l’amore a mettere a repentaglio la loro amicizia, al punto tale da spingerli a una competizione non solo sentimentale, ma anche professionale. Prende forma così un triangolo in cui amicizia e amore si incontrano e si scontrano in un intreccio psicologico che evidenzia una verità nascosta i cui pro e contro coinvolgono lo spettatore indirizzandolo intelligentemente sulla strada impervia del riso e della riflessione.

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Il 1992 è l’anno della consacrazione oltreoceano di Gabriele Salvatores con la vittoria del Premio Oscar per il miglior film straniero per Mediterraneo (1991).

Ambientato durante la seconda guerra mondiale, racconta lo sbarco di otto militari, comandati dal tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli), su una piccola isola del mar Egeo con l’intento di occuparla. L’isola, apparentemente deserta, in realtà è abitata solo da donne, anziani e bambini scampati alla deportazione nazista, tra cui spiccano un prete ortodosso (Luigi Montini) e la prostituta Vassilissa (Vana Barba), i quali, dopo averli spiati per constatarne l’innocuità, intraprendono con i soldati un sodalizio nella speranza di una rinascita, di una nuova umanità. Il tempo passa e durante i tre anni della loro permanenza i militari si dimenticano della guerra preferendole ozi dagli spunti per riflessioni esistenziali così com’è suggerito dalla sequenza metaforica del “fumo dell’oblio”, almeno fino all’atterraggio di emergenza compiuto da un pilota italiano che comunica loro la caduta del fascismo, la fondazione della Repubblica Sociale Italiana e l’armistizio del 1943. Il ritorno in patria è imminente, ma quella che erano certi fosse la loro casa forse non lo è più.

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I protagonisti fuggono da una guerra non condivisa che si dimentica di loro, fuggono dalla storia, dai vari impegni civili e sociali, dal loro passato alla ricerca della loro identità. Salvatores denuncia il fallimento degli ideali italiani degli anni successivi al boom economico culminati con la corruzione e il terrorismo durante gli anni di piombo, dando vita a una commedia malinconica sull’inutilità della guerra, sull’amicizia, sul viaggio, ma anche e soprattutto sul valore innato, ma tutt’oggi sottovalutato e ignorato, del Mediterraneo, del Mare come l’emblema di una fuga che pone la base di una fine e di un inizio attraverso l’incontro con nuovi popoli. “Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”.

Il quarto e ultimo capitolo della tetralogia è Puerto Escondido del 1992 tratto dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci del 1990, che ruota attorno alla storia di Mario (Diego Abatantuono), vicedirettore di una banca milanese che, dopo aver assistito a un omicidio, viene ferito e per questo decide di fuggire in Messico. Qui conosce la coppia formata da Alex (Claudio Bisio) e Anita (Valeria Golino) che sopravvivono in modo tragi-comico rubando, comprando e rivendendo hashish.

Il tema principale resta quello del viaggio e della fuga del protagonista verso l’esotico, il Messico appunto, segnato dalla povertà di un popolo dedito a soddisfare i bisogni naturali e reali piuttosto che quelli artificiali e consumistici tipicamente occidentali. Un esempio emblematico è il personaggio del commissario Viola (Renato Carpentieri) che abbandona la sua vita solitaria, corrotta e macchiata di sangue per ricominciare da zero con una nuova identità, una famiglia e un lavoro molto meno redditizio. Una nuova vita quindi, la stessa che mette Mario davanti a una scelta. Un film dall’impronta anarcoide alleggerita dall’onnipresente tono ironico in alternanza alla riflessione più seriosa riguardo alla condizione del Sud America e non solo, che nonostante la povertà materiale rappresenta una fonte di ricchezza interiore per coloro che sono alla ricerca e scoperta di se stessi.
“Da una parte ci sono quelli che pensano che si possono cambiare le cose con la volontà, dall’altra ci sono quelli che pensano che tutto accade”.

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Infine la “tetralogia della fuga” di Gabriele Salvatores è lo specchio di una generazione che, delusa dalle vicende socio-politiche italiane, attraverso l’individualismo e la ricerca del piacere, si lascia inevitabilmente soggiogare da un cambiamento personale che diventa universale, essendo sempre pronta a partire, a viaggiare, a fuggire, a esperire con anima e corpo la sconfinata varietà del mondo. A tal proposito la Teresa di Marrakech Express insegna:

c’è qualcuno in questo mondo che mi vuole capire, io non mi capisco, ed è per questo che ho voluto viaggiare

 

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