Berlino, anni ’80. L’immagine della città è quella di una vecchia signora, ormai ferita, che vuole tornare a vivere, nonostante le macerie siano davvero troppe. “Anche se ci si perde, alla fine si incontra sempre il muro”, dirà Omero (Curt Bois), un anziano signore, alla ricerca di Postdamer Platz, mentre riflette sul passato: memoria storica della città. Il muro che divide in due Berlino, difatti, è ancora lì.
Tra la gente, ascoltandone i pensieri, cercando di proteggerli o di assisterli, due angeli, Damiel (Bruno Ganz) e Cassiel (Otto Sander) trascorrono il loro tempo. Non visti, i due si aggirano per le strade di Berlino e assistono alla rinascita o alla disfatta del genere umano, alla nascita e alla fine di un amore, alla fine di una vita, al dolore e al senso di solitudine. Cassiel e Damiel annotano tutto, cercando di apprendere dagli uomini tutto ciò che è loro negato.

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Tuttavia, per Damiel, essere un angelo, non è abbastanza. Ha conosciuto e conosce la vita degli uomini, comparse cinematografiche del set di una vita, e vuole prendervi parte. Un pensiero sempre più frequente, intenso, che esplode alla vista di Marion (Solveig Dommartin), trapezista di un circo, sempre pronta a sfidare la sorte e a sfoggiare sorrisi di fronte al suo pubblico, ma attanagliata da una solitudine lancinante e dal dolore della non appartenenza.
Innamoratosi di Marion, Damiel decide di abbandonare la sua condizione di angelo, incoraggiato da Peter Falk (nel ruolo di sé stesso), ex angelo che ha deciso di dedicarsi agli uomini, di lasciarsi andare alla mortalità.

Sebbene la trama possa non avvincere i neo-cinefili (del nuovo millennio), più dediti all’ “azione”, Il cielo sopra Berlino è un film come pochi altri e, a dirla tutta, un film come è difficile trovarne oggi.
La poesia di Peter Handke (Premio Nobel per la Letteratura 2019), Elogio dell’infanzia, in apertura e a conclusione dell’intera pellicola, rende memorabile il tutto. I pochi dialoghi toccano le sottili corde della condizione umana che, in quanto tale, disarmonica, complessa, temporale e, dunque, mortale, è desiderabile.
Vi è il più grande ribaltamento: non più l’uomo che tende verso il cielo, verso il divino e la sua conoscenza sovrannaturale, ma il divino che vuole farsi uomo, per scoprirne l’immenso dolore e sentirsi parte di esso, finalmente vivo, per poterne vedere il mondo a colori, per poter “guardare che non è guardare dall’alto, ma ad altezza occhi”, per sperimentarne la solitudine “che significa: oggi, finalmente, sono tutto”.

“Quando il bambino era bambino
era l’epoca di queste domande:
(…) come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quel che sono?

(…) Quando il bambino era bambino,
una volta si svegliò in un letto sconosciuto,
e adesso questo gli succede sempre.
Molte persone gli sembravano belle,
e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,
e adesso riesce appena a sospettarlo,
non riusciva a immaginarsi il nulla,
e oggi trema alla sua idea (…).

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