di Axel Caponio

E’ il volo uno dei sogni più antichi dell’ umanità e al mito del volo sono legate le immagini più ancestrali, simbolo di libertà e della ricerca costante dell’uomo di conquistare il cielo. Con questa premessa Werner Herzog, raffinato documentarista (già autore di Kinski, il mio nemico più caro 1999, Rintocchi dal profondo 1993, Echi da un regno oscuro 1990, per citarne solo alcuni), realizza un film dove l’intento puramente documentaristico piano piano si sposa, in un delirio visivo e dinamico, a immagini sorprendenti e affascinanti, piene di stupore.

Da una postazione fissa, situata nella foresta della Guyana, il team dell’ingegnere Dorrington sperimenta con rigore scientifico, attraverso una serie di tentativi ed errori e in condizioni climatiche non sempre favorevoli, la capacità del dirigibile, soprannominato The White Diamond (Il Diamante Bianco) da Marc Antony Yhap – un estroso e sciamanico indigeno abitante della foresta – di ottenere la stabilità necessaria a sorvolare la foresta pluviale alla scoperta della sua flora e della fauna. La troupe di Herzog riprende tutto con accuratezza e occhio incantato.

© LENA HERZOG, AIRSHIP FLYING OUT OF A STORM, 2004.

Lo sguardo registico di Herzog, come ha detto la giornalista Alessandra Levantesi, appare quello di “un ispirato sognatore impegnato a fissare sullo schermo l’elusiva, poetica materia dei sogni altrui”, a sottolineare con profondo rispetto, velato dal mistero, l’incontro tra la tecnica e natura e l’insediarsi del team di Dorrington in quei luoghi sacri per gli abitanti del posto. Tra poesia e rigore scientifico, al centro del documentario, il ricordo drammatico di Darrington del primo tentativo di far volare il dirigibile in cui perse la vita dinnanzi ai suoi occhi il documentarista Dieter Plage, un evento tragico che lo segnerà per tutto il resto della sua vita.

La missione utopica, lo smarrimento dell’uomo dinnanzi all’ignoto, la sfida a superare i propri limiti, la seduzione del luogo e dei suoi spiriti fanno di Herzog uno storyteller sempre alla ricerca di un linguaggio personale, intimo ed originale, ricco di riconoscenza per un cinema che non abusa dei suoi mezzi. E’ una lettura sensibile di esperienze di mondi lontanissimi, è ricerca ingenua e infantile del culto sacro dell’uomo immerso nella natura.

© Quinlan

Il reiterato tentativo di Darrington di far innalzare il suo Diamante Bianco al di là della foresta pluviale per “spiccare il suo volo” appare sempre più, con lo scorrere del tempo, un espediente per raccontare leggende e miti da osservare e ascoltare in religioso silenzio.

Non appare casuale la scelta di affidare un ruolo chiave, all’interno della narrazione, all’indigeno Marc Antony Yhap, uomo che sa parlare al cuore di chi lo ascolta. E noi spettatori osserviamo e ascoltiamo tutto, colti da un crescendo di emozioni e di immagini piene di incanto e contemplazione. E di religioso silenzio. E in silenzio religioso restiamo, alla fine, dinnanzi alla caverna misteriosa in cui albergano i volatili della foresta, luogo inaccessibile e sacro, all’ingresso del quale ci porta la camera di Herzog, per tenerci fuori. Ciò che c’è dentro non sarà mai mostrato. Non tutto, a questo mondo, è dato sapere.

Il diamante bianco, si rivela, alla fine, un diario di viaggio di grande potenza comunicativa e dal messaggio filosofico. Una rivelazione in cui non tutto, come è giusto che sia, viene rivelato.

 

Immagini di copertina © pinterest
© riproduzione riservata