Vinz, Hubert e Said sono tre amici della banlieue di Parigi che trascorrono la giornata insieme dopo una serie di feroci scontri tra la polizia e dei manifestanti. In questo clima di tensione, i tre vengono visti come una minaccia da polizia, civili e giornalisti, ma sono solo dei ragazzi poveri e annoiati che si aggirano per la città alla ricerca di qualcosa che li tenga occupati. Si muovono in una Parigi senza colore, senza speranza, dove l’unica cosa ancora in piedi è la rabbia.

“Il mondo è nostro”. Fonte: La Haine, 1995, MKL Distribution.

L’odio di Kassovitz è un’opera lineare quanto complessa, il racconto di una storia semplicissima che si imbatte in simbologie raffinate e, talvolta, di difficile interpretazione. Tra tutte, la più significativa è quella che vede il personaggio di Vinz (Vincent Cassel) come spettatore di una mucca che si aggira indisturbata tra le vie di questa Parigi sottosopra. Vinz sembra essere l’unico a poter vedere l’animale e, con tutta probabilità, si tratta di un’allucinazione. E’ importante notare come, nel film, la vista della mucca sia associata alla pace.

Nel flusso continuo di urla e violenza che il giovane regista è riuscito a mettere in scena, infatti, sono pochi i momenti di tranquillità. Tra questi va ricordata la scena in cui Vinz scappa dalla polizia per rifugiarsi in un multisala: il cinema che diventa mezzo salvifico. La visione di un film e quella della mucca condividono il piacere legato all’illusione della realtà, come se la pace fosse rintracciabile solo per mezzo della finzione. I film che guarda Vinz, però, sono tutt’altro che tranquilli: il dramma e i dialoghi lo annoiano; preferisce la violenza e l’azione. In una delle scene d’inizio lo vediamo imitare Robert De Niro in Taxi Driver e, per tutto il film, i riferimenti al cinema e alla televisione sono diversi. Vinz, più dei suoi amici, si sente protagonista di una pellicola violenta: gioca con la pistola che ha trovato per strada, la porta sempre con sé, ma quando arriverà il momento di sparare non lo farà. Questo perché i protagonisti di Kassovitz sono maleducati e volgari, ma non cattivi: il loro comportamento è estremo, ma è colpa dell’ambiente in cui sono nati e cresciuti.

Non hanno giustificazione, invece, certi poliziotti che si divertono a giocare con la vita dei sospettati. Ma per ogni crudeltà nei contenuti troviamo una raffinatezza nella forma: uno dei tanti contrasti che caratterizza un film dalla doppia anima. Come nella scena in cui un dj mescola un pezzo rap (Nique La Police degli NTM) con della musica d’autore (Non, Je Ne Regrette Rien di Edith Piaf), L’odio vive di dualismi: il bianco e il nero, la periferia e il centro, i poliziotti e i civili, il giorno e la notte, la vita e la morte.

La scena del dj seguita dalla scena della mucca. Al minuto 1.20 la macchina da presa comincia a fluttuare: il punto di vista è quello della musica.

Il ticchettio di una bomba scandisce le 24 ore vissute dai nostri protagonisti, tre ragazzi di periferia arrabbiati con un mondo che vogliono tutto per sé. Odiano ma hanno paura o, forse, odiano proprio perché hanno paura, perché qualcun altro li odia a loro volta. “L’odio chiama odio!” ci ricorda il personaggio di Hubert Koundé e, in effetti, l’idea di girare il film nasce in Kassovitz nel momento in cui assiste ad una manifestazione che si trasforma in una rivolta violenta e rabbiosa. Si manifesta per un ragazzo che è stato ucciso dalla polizia e si finisce con lo spargere terrore per la città. Ma il discorso che apre Kassovitz esce dai confini della Francia degli anni ’90 per assurgere a qualcosa di universale; lo capiamo sin dalla prima inquadratura, dove una stampa del nostro pianeta diventa il bersaglio di una bomba incendiaria. E’ solo la prima di una serie di immagini perfette che consegnano al tempo un capolavoro immortale; un film di natura ontologica che ben riassume l’unica cosa in cui l’umanità si sia mai contraddistinta: l’odio.