Parlare di Mario Monicelli vuol dire parlare della storia italiana del ‘900 quasi nella sua interezza. Quella cinematografica sicuramente, ma anche quella reale, che vede rispecchiarsi nelle piccole quotidianità della gente comune il riflesso delle conseguenze della grande Storia.

La commedia all’italiana, di cui Monicelli è stato il grande genio e uno dei registi principali – sicuramente il più irriverente – è stata al contempo la cifra stilistica più rappresentativa del cinema italiano e il genere più sottovalutato in assoluto. Se è vero che l’attenzione sembra porsi sempre e solo sui film cosiddetti “impegnati”, è anche vero che la commedia riesce a fornire una riflessione altrettanto seria e profonda, ribaltando la prospettiva per costruire il divertimento sulle basi di quella stessa povertà e miseria. Cos’è che cambia? Né una diversa visione della realtà né le vicende che si sceglie di riprendere, ma “solamente” la posizione morale dell’autore.

© Mario De Stefanis srl

Pensiamo a commedie come I soliti ignoti o a quella Grande Guerra che fece vincere al regista toscano il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 1959 – ex aequo con Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini – ma anche Amici miei, Il Marchese del Grillo, Speriamo che sia femmina. La povertà, il lavoro, la guerra, la miseria, l’arrivismo, la solitudine: tutto è sotto i nostri occhi e ci fa riflettere. Eppure si ride, e di gusto! Perché, per citare uno dei pilastri della nostra letteratura, bisogna prendere la vita con leggerezza, “che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto e non avere macigni sul cuore.”

Dagli inizi fino al suo ultimo film, Monicelli non è mai stato uno spettatore passivo degli eventi del suo paese ma al contrario si è rivelato un osservatore attento ai cambiamenti di un’Italia che si è dovuta ricostruire dalle sue stesse macerie. Soprattutto, ha saputo intercettare e spesso anticipare le evoluzioni del costume di un popolo riuscendo meglio di chiunque altro a dare l’idea di un’Italia vera, autentica, fatta di personaggi eroicomici che cercano in ogni modo di cambiare la loro condizione ma che trovano irrimediabilmente la sconfitta. Una sconfitta, però, che non è mai drammatica o fine a se stessa, al contrario è il preludio per ritrovarsi e capirsi fino in fondo. I suoi protagonisti sono uomini reali, partecipi di quel cambiamento che l’intero paese, dal dopoguerra in avanti, ha affrontato o vorrebbe fare.

Animato da una irrefrenabile curiosità, che lo spingerà negli anni a trasformare sempre il suo stesso cinema, e con una solidissima conoscenza del mestiere e del genere farsesco nonché della tradizione dell’avanspettacolo italiano, Monicelli affonda le radici nella satira e nella commedia dell’arte affidando alla risata il potere catartico necessario alla ripresa e alla configurazione di un intero popolo entro confini ben delineati, sempre al passo con i tempi. I “tipi” che abilmente il regista riesce a mettere in scena fanno emergere il gusto dimenticato per la risata e il sano divertimento. A guerra finita, dopo la repressione e la seriosità imposta dal Regime e soprattutto le sofferenze patite da un paese distrutto, le persone ritrovano la gioia di vivere e rallegrarsi, potendo finalmente far riemergere tutte quelle manie che caratterizzano così a fondo l’italiano medio.

Questo è il compito sempiterno della commedia all’italiana e anche il suo lascito più importante: far pensare ridendo. Ed esempi di film contemporanei che riescono in questo intento ci sono eccome, si pensi solo a Gli ultimi saranno ultimi (Massimiliano Bruno, 2015) o a Perfetti Sconosciuti (Paolo Genovese, 2016) ma anche la saga di Smetto quando voglio (Sydney Sibilia), Come un gatto in tangenziale (Riccardo Milani, 2017) e, perché no, anche Lo chiamavano Jeeg Robot (Gabriele Mainetti, 2016). Tutte commedie che riescono a riportare l’attenzione alle problematiche attuali (ma, se vogliamo, sempreverdi) coniugandole con gag, battute, situazioni esilaranti al limite del paradossale.

L’eredità di Monicelli è dunque qui, sotto i nostri occhi, per tutti quei registi che se la sentono di osare e di allungare una mano per agguantarla, uscendo finalmente al di fuori dalla comfort zone delle commediole semplicistiche o dei cinepanettoni, dal trash fine a se stesso, per abbracciare la commedia a tutto tondo. Quando questo accade, i risultati sono stupefacenti – Perfetti Sconosciuti è entrato nel Guinnes dei primati per essere il film con il maggior numero di remake (18), per dire.

Quindi, perché non provarci più spesso?

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