“So che stai diventando grande. Che stai crescendo, cambiando. E devo ammettere, a dirla tutta, che la cosa mi spaventa. Non voglio che le cose cambino. Ecco perché sono venuto qui, per cercare di frenare quel cambiamento. Per far tonare indietro le lancette. Per far tornare tutto com’era. E so che è ingenuo. La vita…non è così. Si evolve. Si evolve sempre, che ti piaccia o no”.

È su queste basi che la terza stagione di Stranger Things getta le proprie fondamenta: il cambiamento e la nostalgia. Perché si, i protagonisti crescono, cambiano, maturano. L’adolescenza arriva come un uragano, e con sé porta il ricordo di un’innocenza sicura. La nostalgia, però, è in maggior modo quella dei fratelli Duffer per un’epoca, quella degli anni ’80. Fin dalla prima stagione è stato ben chiaro l’apporto nostalgico del prodotto, alla sua impronta citazionistica non solo cinematografica, ma anche culturale. Un ritratto quasi documentaristico di quegli anni, e questa terza stagione più delle precedenti.

Maya Hawke, Joe Keery e Gaten Matarazzo nei panni di Robin, Steve e Dustin (Courtesy of Netflix – © Netflix)

I Duffer hanno imparato, e anche bene, dagli “errori” della seconda stagione, comprendendo fino in fondo l’anima e la portata della loro creatura, così da portare sullo schermo una storia emozionante, lineare ma corposa. Attingendo maggiormente dalla comicità e dall’horror, i due showrunner hanno dato vita ad un prodotto complesso e vincente. Una comicità ben connessa ai fini narrativi e un tocco horror egregiamente realizzato.

Abbandonate le tinte grigie e oscure delle prime stagioni, la storia prende quelle saturate delle vacanze estive. La minaccia questa volta è più grossa e spaventosa che mai, il Mind Flayer è tornato, e la gang dovrà riunirsi di nuovo per affrontarlo. Ma la storia li porterà a separarsi, consentendo però una maggiore evoluzione dei personaggi che dà vita a interessanti gag. Da una parte il gruppo adulto formato da Joyce, Hopper e Murray, dall’altra Dustin, Steve, la new entry Robin ed Erica Sinclair e infine il resto del gruppo unito. Laddove la quest stagionale è lineare, la storia trova la propria profondità nei rapporti tra i protagonisti, ora cresciuti e con nuovi problemi (principalmente amorosi).

Rivelazione di questa stagione è la coppia formata da Steve (Joe Keery) e Robin (Maya Hawke), i due sono perfettamente in sintonia e l’amicizia che instaurano sa toccare le giuste corde. Dacre Montgomery dà prova del suo talento recitativo e ci restituisce tutto il tormento, la rabbia e la solitudine di Billy. La storia ci insegna come la cattiveria non sia naturale, ma abbia una sua dolorosa origine e il passato del ragazzo ne è la dimostrazione. Quel breve scorcio alla sua infanzia ci porta vicini a lui, comprendiamo veramente il suo dolore.

David Harbour e Winona Ryder nei panni di Jim Hopper e Joyce Byers (Courtesy of Netflix – © Netflix)

Di rilievo è la trasformazione di Hop che, preso da una strana crisi, si trasforma lentamente nell’iconico protagonista di Magnum P.I. Lui, “il vecchio scorbutico che odia la felicità” ma che in realtà l’ha trovata nella piccola Eleven, uscendo così dalla “grotta buia e profonda” del suo animo. Ma non è la sola ed evidente citazione della storia, che strizza continuamente l’occhio a George A. Romero e John Carpenter, passando per Terminator e Die Hard, fino ad arrivare alla suggestiva “The Grid” di Philip Glass, realizzata per Koyaanisqatsi e ben inserita nella scena rivelazione tra Eleven e il Mind Flayer. Ovviamente le citazioni non finiscono qui, perché la serie è strutturata proprio su questo, e sa giocarci benissimo.

La cospirazione dell’esercito sovietico si presenta come la nuova aggiunta al mondo della serie, un espediente funzionale che la porta verso l’universo espanso; non è più solo Hawkings il centro narrativo. Uno spostamento non da poco, che aveva caratterizzato al tempo anche Buffy l’ammazzavampiri. Inoltre, viene rappresentato il patriottismo sfarzoso di quegli anni, inserendosi in un preciso contesto storico e culturale, quanto cinematografico: quello della guerra fredda. Lo shopping mall, quanto le giostre e i fuochi d’artificio rappresentano la celebrazione del senso patriottico e la metafora del capitalismo. Intelligente è la contrapposizione tra questi fattori, l’ansia per un nuovo conflitto mondiale e per esteso la minaccia alla cultura americana; non a caso i russi costruiscono la propria base sotto tale simbolo, il centro commerciale.

La gang affronta il Mind Flayer nell’ultimo episodio intitolato “La battaglia di Starcourt” (Courtesy of Netflix – © Netflix)

Si parlava di evoluzione, di crescita e Stranger Things, al pari di altri prodotti seriali, sembra stare al passo coi tempi. Affronta il problema dell’emancipazione femminile di quegli anni (quanto dei nostri) e inserisce il primo personaggio LGBT. Il percorso di rivalsa di Nancy e Eleven è ben costruito, mai forzato e soprattutto ben diretto all’interno della storyline portante. Tenero quello di Eleven, nel suo ribellarsi alle regole dei “maschietti”, crudo e reale quello di Nancy sul posto di lavoro.

Con un inaspettato finale dolceamaro, e soprattutto commovente, che non risparmia noi quanto i personaggi, la stagione si chiude per la prima volta con una scena post credit che getta le basi per una futura quarta stagione e crea uno stuzzicante interrogativo sulle sorti di uno dei protagonisti. La serie dei fratelli Duffer continua a sorprendere senza mai cadere nel tranello della ripetizione stantia da serial. Stranger Things si dimostra ancora una volta uno tra i prodotti più interessanti di questa prolifica e interessante annata.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5/10
Immagini di copertina: Photo by Netflix/Courtesy of Netflix – © Netflix
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