È uscito finalmente anche da noi, il primo gennaio, il remake di Suspiria presentato allo scorso Festival di Venezia da un cast in abito rosso sangue sulle note dell’angosciante colonna sonora firmata Thom Yorke.
Luca Guadagnino, già famoso per Melissa P. (2005) e ancor di più per la love story di Chiamami col tuo nome (2017, Premio Oscar per miglior sceneggiatura non originale di James Ivory), si mette alla prova riportando in vita il cult horror tra i più famosi di sempre di Dario Argento.
Giocando d’azzardo si è immerso nella realizzazione di un film non facile da rievocare né tanto meno da superare. Anche se per ora non pare sia stato preso in considerazione per gli Oscar, anzi al botteghino e tra i critici sembra non stia riscuotendo particolare successo, tra i nostalgici e gli scettici nasce il bisogno di riconoscerne pregi e difetti. Quindi procediamo.

Susy Benner in “Suspiria” di Dario Argento

Nel 1977 Dario Argento, già noto per le sue pellicole all’ultimo grido (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code, Profondo Rosso), propose al pubblico Suspiria, ispirato da Suspiria de profundis (1945) dello scrittore inglese Thomas de Quincey. Questi nel suo romanzo aveva raccontato i sogni fatti durante un soggiorno a Milano presso la casa Imbonati, attorno alla quale giravano storie di fantasmi e maledizioni.
E questa si dimostrò una succulenta occasione per il re del brivido di raccontare una storia di streghe fatta come si deve.
Nasce così la vicenda di Susy Benner (allora interpretata da Jessica Harper) che, arrivata all’Accademia di Danza di Friburgo per studiare danza classica, cade in una spirale di terrore tra le grinfie diaboliche di potenti streghe.
Il film riscosse un enorme successo, con le suggestioni oniriche e i colori saturi dovuti alla molta luce necessaria per la pellicola scelta dalla bassa sensibilità.
Una suspense delirante in un crescendo di tensione sulle musiche disturbanti, ancora una volta come fu per Profondo Rosso, dei Goblin.

Tra i tanti, anche il regista palermitano ne rimase colpito quando era solo un ragazzo; così diversi anni dopo ha deciso di riportarlo su schermo nella sua personale versione.
Con una Tilda Swinton ineccepibile, Dakota Jhonson, che concluso il ciclo di 50 Sfumature di Grigio sta conquistando pubblico e critica, Chloë Grace Moretz, protagonista anche di The Miseducation of Cameron Post e Mia Goth, il cast alla Guadagnino è stato azzeccato.
Anche le musiche e l’ambientazione hanno contribuito alla suggestione, tra le mura scricchiolanti del Grand Hotel Campo dei fiori di Varese abbandonato da oltre cinquant’anni.

Dakota Jhonson in una scena del film. Fonte: Quinlan.it

Ma se i film sono apparentemente così vicini, perché la critica si è divisa in due?
In realtà è solo una sottile linea rossa a collegarli, ed è il richiamo evidente alla trama, ma per il resto si può dire che i due sono davvero sconnessi.
Sarà forse anche per questo che Argento ha dichiarato fallimentare l’impresa, così distante dalla sua passionale ferocia. Ma non tutto il male vien per nuocere perché, nonostante tutto, il film si conferma essere uno dei migliori del genere degli ultimi anni.
Finalmente abbandoniamo esorcismi e strane creature per fare spazio suggestioni visive, uditive e a un esoterismo elegantemente proposto. E senza dimenticare il contesto.  L’Accademia e la danza infatti sono punti chiave attraverso cui il nuovo Suspiria si carica di magnetismo. Il contatto sinuoso con i pavimenti e le pareti e l’attrazione viscerale verso la Madre che le muove, rendono il corpo femminile il secondo vero protagonista.
Dettagli non da poco ma bisogna ammettere che alcune scene sono devastanti. Tra l’elegante sinfonia che accompagna il film, capita che si intersechino lunghe sequenze inaspettatamente splatter (girate senza dubbio molto bene) ai limiti della decenza. E tra lo sdegno fischiato nella sala a Venezia, l’incantesimo alla fine rischia di spezzarsi e perde di legittimità.

Tilda Swinton è Madam Blanc nel film

Considerato il resto e l’analisi piscologica più profonda, il “remake” comunque funziona.
Ma si faccia attenzione a chiamarlo così, perché la verità è che a penalizzarlo è stato proprio questo dettaglio e l’intento alla base.
Guadagnino è un’esteta, un regista in gamba e talentuoso che ama giocare con i suoi attori, con le scenografie oniriche dai colori sgargianti e con un’impeccabile coerenza stilistica tra trucchi, costumi e luci. Ma il film di Argento, come tutti i suoi capolavori, è partito dall’esigenza, da quel profondo sentire di dover raccontare certe storie.
Dunque Suspiria è un favoloso film horror, fatta eccezione per il finale da dimenticare, ma avrebbe potuto godere di maggior fama se si fosse distaccato dal suo originale così irripetibile.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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