2008. Dee Dee Blanchard (Patricia Arquette) è una madre affettuosa e premurosa che, “con le [sue] sole forze”, riesce a sopravvivere badando a sua figlia, Gypsy Rose (Joey King), malata sin dalla tenera età. In seguito al disastro causato al passaggio dell’uragano Katrina, Dee Dee e Gypsy si trasferiscono da New Orleans (Louisiana) a Springfield (Missouri), grazie ai servizi umanitari che, commossi dalla storia di questa famiglia, donano loro una casa in cui stare.
Tra le tante cose, l’urgano sembra aver spazzato via anche il passato di questa famiglia, cartelle cliniche e certificati di nascita compresi. Dee Dee è, così, costretta a dover riscostruire, da sé, la propria vita, in un altro Stato, in un’altra città, partendo dalle cartelle cliniche di Gypsy che, con il passare degli anni ha dovuto affrontare attacchi d’asma e apnee notturne, allergie più disparate, leucemia, patologie gastrointestinali, distrofia muscolare e un’infinità di altre patologie, oltre ad avere le capacità mentali di una bambina di sette anni, seppure, in realtà, Gypsy ha quattordici anni … forse quindici … o, forse, diciannove!

È il 2008 e Gypsy Rose Blanchard ha 17 anni ed è una ragazza consapevole e ben lontana dall’essere ferma ai suoi 7 anni. È nata nel 1991, ma lei lo scoprirà solo per caso, scavando tra le carte della madre che, da sempre, mente sulla sua età. “Ha quindici anni” dirà Dee Dee, presentandola al vicinato. “Ha quattordici anni!” dirà ad un ragazzo che le presta attenzioni. “Sei nata nel 1995!” dirà alla stessa Gypsy quando, confusa, la ragazza le chiederà spiegazioni.
Per quanto la madre lo desideri, però, Gypsy Rose non è più una bambina e, guardando alle vite degli altri, in particolare, a Mel (Chloe Sevigny) e Lacey (AnnaSophia Robb), vicine di casa, sogna di poter correre lontano, andare via con il suo “principe azzurro”, come nelle migliori fiabe della Disney che ama tanto, sperando in un lieto fine, magari, in salute.

Il tempo passa, Gypsy è, ormai, una donna, ma lei sembra non accorgersene. Capelli rasati, occhiali pesanti, sedia a rotelle, voce stridula da bambina, pelouche, vestiti da principessa, una casa tutta rosa, parrucche bionde, film animati della Disney e nient’altro. Autodidatta, lontana dalle scuole e ben lontana dalla possibilità di avere amici, Gypsy vuole essere come tutti gli altri, come Lacey che beve e fuma con le amiche, spettegolando su qualcuno, magari con un ragazzo. Vuole sperimentare l’innamoramento, la sensazione di andare da sola per la sua strada, allora, dopo tanto tempo, Gypsy scende dalla sedia e… cammina! Gypsy può camminare senza dolori, senza ammalarsi, contrariamente a quanto la madre le aveva fatto credere. Se può camminare, allora, cos’altro può fare? Può dormire senza ossigeno, mangiare tutto ciò che vuole e lo può fare masticando e ingoiando, e non con la sua sonda gastrica. Gypsy è come tutti gli altri.

È il 2015 e Gypsy Rose ha 24 anni. Il castello di menzogne sta crollando sempre più velocemente, svelando la follia di una madre, la presenza troppo ingombrante e tremendamente manipolatrice di Dee Dee, così forte da schiacciare ogni tentativo “infantile” di Gypsy, di poter essere felice senza di Lei. Dee Dee ha bisogno che sua figlia dipenda esclusivamente da lei, ha bisogno di essere amata incondizionatamente, di essere protetta e, al contempo, di poterla proteggere, ma può farlo solo se lei si ammala, se resta così com’è, legata a quella sedia, alle sue mani che stringono la presa su di lei e non la mollano mai, legata al suo respiratore, alla sua sonda gastrica, ai suoi vestiti da principessa Disney (Sindrome di Munchhausen o Polle). L’amore che lega Dee Dee a Gypsy è sempre più tossico, trasformandosi nella vera patologia che affligge entrambe, trasformando l’amore di Gypsy nel sentimento ad esso più affine, l’odio, conducendo la storia ad un tragico epilogo.

Composta da soli otto episodi, la serie riesce ad essere un ritratto abbastanza fedele degli eventi realmente accaduti, enfatizzandone pochi aspetti. Le atmosfere volutamente thriller mettono in allerta lo spettatore che, inconsciamente, spera non accada quel che già si vede fin dalle primissime immagini. Le tonalità calde degli ambienti che circondano le protagoniste si scontrano violentemente con l’aggressività, soprattutto psicologica, che si consuma tra le mura domestiche, a dimostrazione che, quanto vissuto da Gypsy, nonostante le apparenze, è ben lontano dall’essere una fiaba da principessa Disney, piuttosto, è un incubo, in cui tutti sono vittime e, al contempo, colpevoli.
Degni di nota sono i dettagli, ricostruiti con fedeltà maniacale, grazie ai video forniti dal documentario della HBO, Mommy Dead and Dearest: dai vestiti alle unghie di Gypsy, dagli interni della casa ai pelouche sul letto.

Il tutto è accompagnato da un cast esclusivamente al femminile, che lascia a bocca aperta. Patricia Arquette (Premio Oscar nel 2015 per Boyhood) è straordinaria nel ruolo di Dee Dee, il cui sguardo lascia trasparire ogni emozione: al contempo l’affetto e l’ossessione del controllo; l’amore e la paura; la dolcezza e la rabbia.
Grandissima e piacevolissima sorpresa è la ventenne Joey King che, nei panni di Gypsy Rose, riesce a tener testa al premio Oscar e alla bravissima Chloe Sevigny, con un’interpretazione magistrale e che si può apprezzare appieno se messa a confronto con le interviste della vera Gypsy Rose Blanchard, le cui movenze e parole, senza alcun dubbio, Joey King ha studiato attentamente.

Nel complesso, la serie si costruisce su una “storia” già scritta ma di cui conserva (senza esasperarli) i caratteri inquietanti. La storia di Dee Dee e Gypsy è un caso di cronaca nera perfetta per una trasposizione televisiva, e Hulu ci è riuscita benissimo!

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊½ /10

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