Da qualche tempo, alimentato dalla frenesia delle conversazioni da social e da youtubers particolarmente loquaci, si sta verificando un trasversale quanto innegabile feticismo per il mondo del trash. Considerato per definizione materiale di scarto dal bassissimo apporto qualitativo, l’intrattenimento brutto in quanto tale vive un’insperata nuova vita agli occhi di un’inedita fetta di spettatori solitamente giovane e tutt’altro che poco acculturata, capace di approcciarsi ad esso in un modo nuovo ed imprevisto. Grazie all’apposizione di una sorta di filtro posto tra sé stessi e i suddetti spettacoli di intrattenimento, questo bacino di pubblico riesce ad apporre un timbro post-ironico capace di ingigantire e ridicolizzare ulteriormente quell’involontario senso comico generato da trasmissioni, film o spettacoli inconsapevolmente brutti, ma tutti (o quasi) accomunati in partenza dalle migliori intenzioni. Intenzioni, appunto. Sta proprio nella differenza tra intenzioni e resa finale uno dei principali motivi di divertimento dei post-ironici, nel loro spanciarsi dalle risate guardando The Lady tanto quanto nello sghignazzare con la lettura delle interviste all’ideatrice Lory del Santo e al suo azzardato paragonarsi a Paolo Sorrentino, in un vortice semiserio e grottesco in cui a volte riesce anche difficile capire con certezza chi sta prendendo il giro chi.

Le indubbie potenzialità comiche del culto del trash creano dunque nuove discussioni ed alimentano un inedito modo di rapportarsi ai media in oggetto non sempre di immediata comprensione, in un pendolo sbilenco che oscilla tra bullismo imborghesito e sfogo di celati piaceri proibiti miranti verso il basso, in uno slancio di umano distacco verso tutte le sovrastrutture intellettualoidi di cui molti si decorano pur non vedendo l’ora di allontanarsene. Ma tutto questo non è forse il frutto di un ragionamento ipocrita e classista?

Un fotogramma tratto da “The Room” di Tommy Wiseau, uno dei film più brutti mai realizzati e proprio per questo diventato oggetto di culto. Fonte: ilpost

In un turbinio di discussioni efficacemente mandate in frantumi dal riecheggiare del pacificatorio finché non fa male a nessuno… il culto del trash continua ad essere un fenomeno incredibilmente attuale e talmente potente da essere capace di generare un nuovo filone narrativo ad esso riferito. È proprio in questo contesto che si affaccia nel nostro paese The Disaster Artist. Il film di e con James Franco in arrivo in Italia il prossimo 22 febbraio racconta la storia vera del pioniere del brutto Tommy Wiseau (interpretato dallo stesso Franco), sgangherato artista sopra le righe dall’ignoto passato, alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, insieme al suo amico attore Greg Sestero (interpretato dal fratello del regista, Dave Franco), un film autoprodotto per mostrare il proprio valore artistico ad un’Hollywood incapace di recepirlo.

Tale ambizione sfrenata arriva al suo culmine nel 2003, con l’uscita di The Room, considerato ancora ad oggi uno dei peggiori film mai realizzati nella storia del cinema, e, proprio per questo, elevato a vero e proprio cult tra la cerchia sempre più numerosa di quegli appassionati del genere trash che costituivano la premessa del nostro racconto, e in fondo quella di The Disaster Artist stesso. Guardando il film, infatti, la pregressa conoscenza dell’elemento di veridicità del racconto risulta decisiva per permettere al film di svilupparsi seguendo i canoni di un biopic ben a fuoco e capace di fornire un ritmo sferzante ad una storia anomala e carica già di per sé di un originale potenziale narrativo necessitante solo di qualcuno che potesse metterlo in atto.

L’intero film è infatti proprio il racconto della gestazione di The Room e del rapporto di amicizia tra Wiseau e Sestero, che costituisce forse il vero punto di forza dell’intera storia. Se all’inizio la loro conoscenza ed amicizia pare fin troppo accelerata in funzione delle necessità narrative, il susseguente assestamento e sviluppo della stessa viene gestito delicatamente e con sapienza nonostante il costante rischio di deragliamento causato dagli spigoli caratteriali di Wiseau. È qui meritorio il lavoro effettuato da James Franco sia come regista che come interprete dello schizoide protagonista: infatti, se da una parte la narrazione procede in modo serrato, avvincente e senza cali di tensione anche grazie ad un ottimo lavoro di montaggio, il lavoro svolto da Franco nell’interpretazione di Wiseau si rivela egregio in quanto privo di quegli eccessi e sbavature che sarebbero stati comprensibili data la complessità e l’esuberanza del personaggio in questione. Non sorprende dunque venire a conoscenza del fatto che l’approccio immersivo di Franco al ruolo abbia previsto, durante tutta la durata della produzione del film, il suo continuo mantenersi nella parte dell’eccentrico artista anche al di fuori delle riprese del film stesso.

James Franco e suo fratello Dave per la prima volta nello stesso film mostrano una grande ed inevitabile intesa. Fonte: a24films

Al di là dei meriti singoli, The Disaster Artist funziona in realtà sotto ogni suo singolo aspetto anche grazie ad una brillante sceneggiatura, tratta dal libro autobiografico di Sestero The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made, e che si rivela capace di estrapolarne ogni elemento grottesco fino a sezionarlo per coglierne quel dramma che costituisce, a conti fatti, il nucleo ed il motore più intimo della storia. Questa pluristratificazione finisce col mettere a nudo ogni personaggio, riuscendo nell’intento di coglierne aspetti non sempre direttamente esternati ma nonostante tutto tangibili, evitando ogni banalizzazione.

La profonda umanità che permea il risultato finale di Franco rappresenta anche la rivalsa sulla spersonificazione messa in atto dal sarcasmo da cui essa si è autogenerata, segnando un punto di svolta nel dibattito avviato ormai più di vent’anni fa da David Foster Wallace sui pericoli dell’uso dell’ironia fine a sé stessa. Wallace sarebbe infatti probabilmente felice di constatare la creazione di una formula narrativa capace di far leva su tutto ciò che ha reso Tommy Wiseau il Richard Benson di Hollywood per arrivare con naturalezza ad un epilogo che vede la piena rivalsa delle persone sui personaggi da loro interpretati nel gioco della vita, e non più viceversa. Non è un caso che il vero Tommy Wiseau, interpellato a riguardo, si sia detto soddisfatto del 99.99% del film, contestandone solo pochi dettagli estremamente marginali riguardo la fotografia e l’illuminazione.

Pensandoci bene, chi avrebbe potuto approvare di buona lena un film che parlasse di sé stesso come un “artista disastroso” e che mostrasse, senza troppi complimenti, le profonde umiliazioni da egli vissute durante l’inseguimento di sogni evidentemente irraggiungibili? È evidente dunque che Wiseau sia fortunatamente riuscito ad andare oltre l’iniziale diffidenza, scorgendo quella luce di cui The Disaster Artist è intriso fino a costituirne la spina dorsale. Una luce che altro non è che pietas, umana compassione, stima rispettosa verso personaggi che agiscono e stridono inseguendo disordinatamente il loro senso della vita.

fonte: sentieriselvaggi.it

Il merito più grande di The Disaster Artist è forse proprio questo: aver preso una piccola storia bizzarra e averla trasformata in un messaggio universale, fungendo da anello mancante di quel processo di reinterpretazione del reale che si rivela qui giungere in modo efficacemente costruttivo al suo stadio finale, attraverso un percorso ironicamente partito proprio da quell’odiato e amato culto del trash che ha consentito a The Room la possibilità di vivere una seconda vita rispetto a quella per cui era stato ideato.

Sarà mica vero che il punto di vista con cui guardiamo la realtà è importante tanto quanto (se non di più) la realtà stessa? Sarà di certo dura spiegarlo a James Franco, che dopo aver vinto il meritatissimo Golden Globe come miglior attore protagonista si è visto tagliato fuori dalla corsa degli Oscar a causa di sopraggiunte accuse di molestie sessuali da parte di cinque donne. Aspettando che la giustizia faccia chiarezza ed evitando dunque di esprimere giudizi preventivi in merito (cosa che in tanti si dimenticano troppo spesso di fare), resta l’evidenza del condizionamento politico e sociale dei premi Oscar a discapito di giudizi oggettivi concernenti il lavoro svolto dagli attori e dai registi nel loro ambito lavorativo, col rischio del sopravanzare di una giustizia mediatica verso cui ogni stato di diritto farebbe sempre bene a tenersi lontano.