Ambientato in una Parigi alternativa e irriconoscibile, scevra dai trionfalismi della bella epoque, The Eddy, serie Netflix firmata Damien Chazelle (Whiplash e La La Land) è innanzitutto un trionfo di musica jazz.

Non è un elogio patinato del mondo jazz quanto, piuttosto, un omaggio al melting pot culturale che quella musica incarna. È esaltazione anarchica del caos creativo della musica. È folclore, antropologia. Il jazz, allora, diventa colonna sonora della vita dei personaggi, unico veicolo di comunicazione e trasmissione di emozioni. Detta i tempi, suggerisce il ritmo alla giornata, sottolinea con malinconia le vicende degli esseri umani sulla terra.

In The Eddy si viaggia senza schemi. Si fa musica ovunque, in qualunque contesto e situazione. A qualunque ora del giorno e della notte si celebra la vita e la morte di ognuno di noi in un rito di liberazione e catarsi.
Se è vero che senza musica la vita sarebbe un errore, come diceva Nietzsche, Chazelle ce ne offre ampia prova con questo ambizioso e originale progetto il cui sviluppo risale addirittura al 2013 e mette insieme altre figure di primo piano: l’autore Jack Thorne, il produttore Alan Poul e il compositore Glen Ballard. L’intento è realizzare un prodotto diverso, straordinario.

Il risultato è convincente, la resa autentica. Il The Eddy è un salotto underground di una delle tante periferie di Parigi. È gestito da Elliot Udo (Andre Holland), celebre pianista che ha smesso di suonare dopo la morte del figlio. Ha calcato grandi palcoscenici, ha impressionato per talento. Con lui vive Julie (Amandla Stenberg), figlia giovane e ribelle, anima fragile in cerca di attenzioni paterne dopo l’abbandono della madre e la morte del fratello.

Il Club non se la passa bene. Ospita tutte le sere una formazione jazz di talento che si esibisce, tra difficoltà e delusioni, suonando i pezzi che lo stesso Elliot compone. The Eddy è anche luogo di incontri e scoperte. Cuore pulsante del quartiere, occasione di svago, vetrina per talent scout. E’ testimone di oscure situazioni: il socio di Elliot, Farid (Tahar Rahim), ha infatti contratto debiti con alcuni delinquenti per una partita di alcolici mai pagata. Pagherà con la vita, per questo. La lunga mano della criminalità sul club, rappresentata dal losco Zivko, resterà uno dei fili conduttori di tutte le otto puntate, l’ombra nascosta che incomberà sulla vita di Elliot e dei musicisti.

Ogni episodio accenderà inoltre riflettori su un protagonista diverso, permettendo di fare luce sui personaggi secondari, subplot che orbita attorno alla trama principale: Maya, cantante della band e compagna disillusa di Elliot; Amira, vedova affranta di Farid; Jude, contrabbassista geniale affetto da tossicodipendenza.

Tutto è efficacemente sottolineato dalla tecnica di Chazelle con primi piani sempre stretti sui volti e sulle emozioni autentiche dei protagonisti. Una fotografia volutamente contrastata, la camera a mano, che oscilla e cambia direzione seguendo i passi indecisi dei personaggi. I lunghi piani sequenza, infine, ci permettono di seguire i personaggi nei corridoi più reconditi, dando dinamicità drammatica agli eventi.

Qual è l’ambizione di The Eddy, raffinata miniserie che unisce alla serialità che caratterizza questo genere, l’autorialità del cinema europeo?

A nostro parere risiede nel tentativo di offrire una narrazione differente, senza inizio o fine chiaramente delineati, senza unità di spazio, tempo e luogo. Con una struttura in cui la musica permea tutti gli aspetti della vita quotidiana superando il classico gusto per l’intreccio fine a se stesso.

Ci concediamo, in conclusione, una considerazione sulla elegante e sofisticata recitazione gli attori, non tutti professionisti, che va ad armonizzarsi splendidamente con tutti gli altri aspetti fin qui analizzati rendendo ancora piu credibile il lavoro finale.

Siamo al cospetto di un ensamble. Insomma, per restare in tema, un gran lavoro d’orchestra.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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