La disfunzionale famiglia Hargreeves è tornata. Eccentrici, emarginati, borderline e soprattutto tanto umani: questi sono i protagonisti di The Umbrella Academy. La seconda stagione (su Netflix dal 31 agosto) attinge dai punti di forza della prima per creare qualcosa di davvero esplosivo.

The umbrella academy

Ben (Justin H. Min) e Klaus (Robert Sheehan) in una scena del primo episodio (© 2020 Netflix, Inc.)

Non è mai semplice portare avanti una serie. Meno che mai su una piattaforma come Netflix dove lo spettatore risucchia velocemente i prodotti come una bibita fresca durante una torrida giornata estiva. Eppure, lo showrunner Steve Blackman ci è riuscito, e anche a pieni voti.

Immaginate la prima stagione come Luther/Numero 1 (Tom Hopper) prima dell’incidente, e la seconda post siero scimmiesco. Cosa otteniamo? Una stagione pompata con una miscela di assurdo e humor, dove per assurdo è proprio l’umanità stessa dei personaggi ad essere raccontata. Perché, al di là di qualsiasi connotazione fumettistica, la serie ha sempre raccontato la solitudine umana, la famiglia e l’amore. Un amore senza barriere, anticonvenzionale e puro.

Questa volta ci troviamo nel 1963, anno in cui Numero 5 ha trasportato i sette protagonisti dopo gli eventi di “Il violino bianco”. Qui gli Hargreeves dovranno fare i conti con lo sfasamenti e paradossi temporali, i pregiudizi di quegli anni e sì, una nuova apocalisse che vede coinvolto l’allora presidente Kennedy.

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Aidan Gallagher è Numero Cinque in una scena di “The Umbrella Academy” (© 2020 Netflix, Inc.)

“Apocalisse, di nuovo?” questa è la domanda che ci siamo posti tutti quanti al rilascio del primo trailer. Gli sceneggiatori non avevano altre idee e ripropongono lo stessa? Che noia. Per fortuna così non è stato. Perché l’apocalisse che i personaggi si portano dietro è la loro personale “nuvola di Fantozzi”. La rappresentazione fisica e distruttiva del loro essere: degli emarginati con superpoteri che devono fare i conti con un passato scomodo. Ossia, con il loro daddy’s issues.

Sarà solo nella loro accettazione, nel loro reale ricongiungimento come fratelli e nella creazione del “team zero” che potranno affrontare una volta per tutta l’apocalisse. Si parlava di amore, e questa stagione ne è davvero piena.

Nessun fan service, nessuna attuale tematica sociale e culturale inserita a forza per il puro compiacimento dei più. Tutto ciò che viene affrontato in The Umbrella Academy è ben incasellato nella storia. L’omosessualità, il razzismo e la depressione sono tutti fattori già presenti nel DNA della serie. Ad un livello più profondo e  intimo è proprio questo il cuore pulsante di The Umbrella Academy: la faticosa battaglia per l’accettazione di se stessi e dell’altro, a prescindere da qualsiasi stramberia ci connoti.

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Allison (Emmy Raver-Lampman), Klaus (Robert Sheehan) e Vanya (Ellen Page) insieme in una scena (© 2020 Netflix, Inc.)

Accantonando le frasi smielate da Baci Perugina, veniamo al lato tecnico della serie. Di soldi ne stati investiti, e parecchi. No, non quanto quelli per Game of Thrones, questo è certo, ma di sicuro abbastanza da far impallidire il disastroso X-Men: Dark Phoenix (per prodotto finale).

Se c’è qualcosa che serie come Legion e Doom Patrol ci hanno insegnato, o almeno alla serialità fanta-fumettistica, è proprio la magia dell’assurdo. È in questo spazio tra caos e realtà che prodotti come The Umbrella Academy acquistano maggior forza. Senza mai essere pretenziose, e di conseguenza senza mai prendersi sul serio si può portare il pubblico in un magico mondo fatto di azione e humor.

Tutte le storyline sono state ricamate con cura, da quella di Klaus (Robert Sheehan) e la “setta” hippie a quella di Diego (David Castañeda) e il manicomio, dalla battaglia per i diritti degli afroamericani di Allison (Emmy Raver-Lampman) alla storia di Vanya (Ellen Page) fino ai rapporti con la mafia di Luther e la corsa forsennata di Cinque (Aidan Gallagher) per riunire la squadra.

Gli sceneggiatori hanno svolto un ottimo lavoro di caratterizzazione, andando ad approfondire il background di ogni personaggio. Viviamo i loro sentimenti, le loro paure e il loro sogni. Facciamo la conoscenza di nuovi personaggi, molti secondari, e di nuove e interessanti storie. Interessante il personaggio di Lila, interpretato da una bravissima Ritu Arya. L’intelligenza risiede anche in questo, nel non fossilizzarsi troppo su alcuni aspetti, portando avanti una narrazione intensa ma scorrevole.

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La Umbrella Academy riunita in una scena tratta dall’ultimo episodio (© 2020 Netflix, Inc.)

Durante la stagione veniamo anche conoscenza del passato di Sir. Reginald Hargreeves (Colm Feore), della nascita di Pogo e Grace. Tutti i misteri dietro l’arcigno padre adottivo sono ben lontani dall’esser stati svelati completamente, ma di certo gli sceneggiatori hanno gettato delle molliche di pane per una più complessa mitologia della serie. Punto forte sono anche i villain. Magnifica la Hadler di Kate walsh e il trio strampalato chiamato “Gli svedesi”.

The Umbrella Academy ha fatto il salto di qualità. La scrittura è curata ben più della prima e ogni personaggio ha avuto il suo giusto approfondimento. Ma ciò che salta subito all’occhio è il ritmo della narrazione: appassionante e forsennato. La seconda stagione è come una potentissima droga, un episodio tira l’altro, ne vogliamo sempre di più fino ad arrivare al finale con una brutta astinenza.

Per concludere, la seconda stagione di The Umbrella Academy è davvero entusiasmante; coinvolge, diverte ed emoziona. Dopo il cliffhanger dell’ultimo episodio, non vediamo l’ora di scoprire cosa Steve Blackman avrà in serbo per noi.

VOTO: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10
Fonte immagine in evidenza: Photo by COURTESY OF NETFLIX/NETFLIX/COURTESY OF NETFLIX/NETFLIX – © 2020 Netflix, Inc.
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