C’è un filone cinematografico che, piuttosto di imporsi un rinnovamento miliare dei linguaggi filmici o una permanenza secolare sugli appositi manuali teorici, si prefigge invece l’obiettivo di essere il più possibile legato ai linguaggi del presente. L’impresa, a dire il vero, non è necessariamente più semplice rispetto al costruire un film d’avanguardia: parlare del presente presuppone, tutt’altro che banalmente, una conoscenza del circostante sufficiente per poter rendere credibile la propria costruzione narrativa, rendendosi condizione irrinunciabile per il buon esito dell’operazione in questione.

Greg Berlanti questo filone lo conosce bene. Dopo aver collezionato successi come sceneggiatore e produttore per svariati progetti televisivi (per dirne un paio, è stato uno degli artefici dei successi di Dawson’s Creek e di Brothers & Sisters), il quarantaseienne newyorkese ha sempre dimostrato, tramite i suoi lavori, di riuscire ad inserire un certo tipo di dinamiche interpersonali all’interno di narrazioni fruibili ad una fetta di pubblico quanto più ampia possibile, senza mai perdere quella sincerità di fondo che, come nel suo esordio Il club dei cuori infranti, si rivela bussola fondamentale delle sue storie, sempre in bilico tra puro intrattenimento e riflessione sociologica di una realtà attorcigliata nei dilemmi e nei problemi figli del proprio tempo.

Greg Berlanti. tratto da Youtube

Il passo avanti che Berlanti effettua con Tuo, Simon (titolo originale Love, Simon) non è di certo frutto del caso. Tratto dal romanzo Non so chi sei, ma io sono qui di Becky Albertalli, il film riadatta in chiave cinematografica la storia di Simon Spier (interpretato da Nick Robinson), ragazzo diciassettenne figlio dell’America-bene alle prese con la gestione di un’omosessualità inizialmente negata a se stesso prima ancora che agli altri. Una storia, quella di Simon, che vuole essere quella di tanti altri ragazzi come lui, tutti alle prese con la paura di esporre se stessi nel tritacarne di quei giudizi adolescenziali pronti a fagocitare col loro incauto odio tutto ciò che non rientri negli accomodanti canoni propri della maggioranza.

Quando Simon viene a scoprire tramite un post anonimo sul blog scolastico che un altro ragazzo della sua scuola si trova nella sua stessa condizione di gay non dichiarato, decide senza indugi di instaurare con lui una corrispondenza che decenni fa si sarebbe definita epistolare, ma che invece qui si sviluppa tramite un impetuoso flusso di e-mail che, seppur anonime, si riveleranno invece tutt’altro che impersonali. Corrispondenza che non impiegherà poi molto per creare un rapporto capace di far nascere tra Jacques e Blue (questi gli pseudonimi scelti dai due ragazzi) un affetto sincero, confidenziale ed in grado di tenere alla larga ogni paura e pregiudizio pulsante che nella vitavera limita il loro vero essere. Quello che si crea è dunque uno scambio proficuo, in grado di catalizzare in loro la forza necessaria per fronteggiare le difficoltà del mantenimento del loro segreto e, soprattutto, del percorso di consapevolezza e coraggio necessario per effettuare l’importante doppio coming-out.

Ma chi è questo Blue? L’investigazione portata avanti da Simon “Jacques” Spier spinge in avanti la narrazione e diventa anche un pretesto per entrare nella tela di amicizie dello stesso protagonista. Amicizie che ricoprono un ruolo tutt’altro che marginale nella vita e nella vicende del ragazzo, secondo un copione tipico dell’età adolescenziale qui ben trasposto attraverso una sceneggiatura che fornisce di senso quasi tutti i personaggi che la compongono, seppur spesso aiutandosi, per far evolvere specifiche dinamiche, con alcuni cliché tipici dei più classici teen-movie di stampo hollywoodiano. Cliché che non intaccano comunque in alcun modo lo svolgersi di quest’artigianale indagine, che troverà la sua soluzione solo attraverso il simbolico finale.

La ricerca di Blue diventa per Simon la ricerca di se stesso, in un difficile percorso a ostacoli che ad un certo punto arriverà anche ad allontanare gli spettri di una santificazione bidimensionale del protagonista, mettendone in discussione addirittura la rettezza morale al cospetto dei suoi rapporti di amicizia, in un riuscito approccio di normalizzazione del protagonista stesso: non un supereroe, ma una persona come tante, dotato di pregi tanto quanto di difetti. Non risulta difficile immaginare che Berlanti, lui stesso dichiaratamente omosessuale, abbia concentrato tutti i suoi sforzi per fare in modo che il personaggio di Simon risultasse umanamente vulnerabile, lontano da un’idealizzazione irrealistica che avrebbe leso alla credibilità e alla potenza del messaggio del regista.

Tuo, Simon, come detto, non ambisce mai a voler inventare nulla, concentrando piuttosto i propri sforzi sulla buona riuscita di una storia semplice nella sua delicatezza, ed in grado di rifuggire dai rischi tipici di un cinema di stampo spiccatamente lgbt un po’troppe volte rivolto solo a se stesso. Si ha qui a che fare, invece, con un’operazione inclusiva che finisce per compiersi appieno sotto molteplici aspetti, nonostante qualche inciampatura di una sceneggiatura che fa un po’di fatica soprattutto quando vuole provare a strappare sorrisi e momenti di alleggerimento nel suo pubblico. Ma che, sommando i vari fattori, svela con puntualità un risultato finale che si dimostra capace di dialogare al meglio col pubblico che essa vuole intercettare. Un pubblico composto da quegli stessi adolescenti che possono scegliere di considerare Simon Spier un’ispirazione personale o anche solo un personaggio ben scritto. Ma che soprattutto può farsi carico di un messaggio, quello dell’accettazione della diversità in ogni sua forma, che Tuo, Simon riesce a raccontare evitando, al netto di qualche smielatura che in un teen-drama non può di certo mancare, qualsiasi tipo di eccessiva banalizzazione. Riuscendo a lasciare al suo pubblico due ore di intrattenimento ed un messaggio fortemente positivo. E diteci voi se è poco.