Immaginiamo Netflix come uno scaffale ben assortito dietro il bancone di un bar. Veniamo subito incuriositi da una bottiglia, e chiediamo al barman davanti a noi di prepararci un buonissimo cocktail con quel liquore. Lui allora mescola, shakera e versa quello che penseremo sarà il drink della serata.

Hollywood immagine 1

Samara Weaving e Laura Weaving nei panni di Camille e Claire (© SAEED ADYANI/NETFLIX)

Il colore è invitante e il sapore è gradevole, ma un eccesso di zucchero rovina pian piano il tutto. Hollywood è proprio come quel cocktail, carico di aspettative. Ryan Murphy, invece, è il barista dietro al bancone. Parte da un’ottima premessa, afferra gli ingredienti giusti, e alla fine si fa prendere la mano.

La premessa, dobbiamo dirlo, era veramente ottima. Infatti, la storia, scritta insieme a Ian Brennan, vede coinvolti un gruppo di attori, attrici, registi e sceneggiatori intenti nel farsi strada nella Hollywood del secondo dopoguerra. Un mondo, quindi, controverso e patinato, fatto di grandi pregiudizi e ingiustizie. Le realtà produttive, culturali e sociali si imponevano con forza sulla singolarità dell’individuo.

Stiamo parlando infatti di un periodo storico contraddistinto ancora dalla segregazione raziale, da un pensiero eterosessista e patriarcale. Purtroppo questi erano gli anni ’50, e la storia ci insegna che molte sono state le battaglie contro tale modello, battaglie tutt’ora in corso. Vasta è la filmografia che guarda con occhio critico e accusatorio le colpe del passato.

Hollywood immagine 2

Dylan McDermott è Ernie West (© SAEED ADYANI/NETFLIX)

A tal proposito Hollywood sembra ergersi su due volontà antitetiche. Da una parte quella di raccontare una realtà storica, dall’altra quella di dar vita ad una fiaba di rivalsa. La comunione tra queste due funziona per quasi metà degli episodi, finché la seconda non prende il sopravvento sulla prima. La realtà è lasciata indietro, e la storia è riscritta come avremmo voluto che fosse.

Personaggi di finzione e reali si intrecciano senza soluzione di continuità. Romanzando la storia, Murphy e Ian Brennan, regalano un finale diverso a tutte quelle celebrità che hanno fatto la storia del cinema: ecco che Rock Hudson dichiara la propria omosessualità in pubblico, Anna May Wong ottiene un ruolo che le vale l’Oscar come miglior attrice non protagonista, e Hattie McDaniel si redime agli occhi di Camille (Laura Harrier) ammettendo di non aver lottato abbastanza per gli afroamericani a Hollywood.

Lo stesso espediente è stato utilizzato recentemente da Quentin Tarantino in C’era una volta…a Hollywood. Titolo e storia condividono non poche somiglianze con la serie Netflix, per quanto Tarantino dispieghi il proprio intreccio in modo più ragionato e meno impegnato. Il regista infatti modifica il tragico evento che vide vittima Sharon Tate mosso dal profondo amore e dalla sincera ammirazione per l’attrice. Con Murphy invece, la deviazione dalla storia diventa uno strumento di protesta.

immagine 3

Jeremy Pope (Archie) e Darren Criss (Raymond) in una scena tratta da “Hollywood” (© SAEED ADYANI/NETFLIX)

Una protesta che si tramuta però in una fiaba utopica, disancorata dalla crudeltà dei tempi. I protagonisti di Hollywood sembrano esser tutti dei paladini senza macchia, che agiscono mossi dalla bontà e dal corretto agire. Sono privi di ambiguità e ombre. Anche quelli che inizialmente vengono presentati con una certa profondità, ben presto vengono risucchiati nel vortice dell’utopia. Una bidimensionalità che contrasta con l’ottima interpretazione dell’intero cast, che ha saputo donare una prospettiva personale ai propri personaggi. Ad esempio, Jeremy Pope con il suo Archie Coleman: carismatico, energico, il suo corpo riempie la scena.

L’autogrill dove si concedono prestazioni sessuali, il lato oscuro di Henry Willson (Jim Parsons), i tradimenti, finanche le molestie e gli abusi. Tutto, in qualche modo, è perdonato, e ogni personaggio trova la redenzione. L’eccessiva bontà e innocenza rischiano di minare la credibilità dell’intero prodotto.

immagine 4

Patti LuPone nei panni di Avis Amberg (© SAEED ADYANI/NETFLIX)

Eppure Murphy ci ha abituati in modo diverso, da American Horror Story a American Crime Story fino a Pose. Il suo stile è ormai un marchio, inconfondibile. L’estetica Murphyniana è fatta di vigore, saturazione, coralità. Questi sono solo alcuni degli aggettivi con cui descriverla. Molto spesso, nei suoi racconti, i personaggi pagano il prezzo delle loro azioni, nel bene o nel male. Tutto ciò a sottolineare il caos, la casualità della vita, che non porta sempre a ciò a cui aspiriamo; la salvezza e l’happy ending.

Tuttavia, Hollywood puoi aprirsi a varie interpretazioni, come la volontà dei suoi ideatori. Il loro intento può esser visto sotto una diversa ottica, come un grido di affermazione, di rivincita per tutti coloro che sono stati schiacciati e umiliati da un mondo ancora cieco.

Immagini: © SAEED ADYANI/NETFLIX
© riproduzione riservata