Da Glee a The New Normal, da American Horror Story all’ultima Hollywood, passando per The Politician e tanto, tantissimo altro. Il successo degli show diretti, scritti o prodotti da Ryan Murphy è globale – e ricco di conseguenze decisamente positive per un piccolo schermo in continua evoluzione. Con colori saturi, umorismo pungente, outfit iconici e la musica giusta a comporre la scena. 

Ryan Murphy

Ryan Murphy sul Red Carpet del TIME 100 Gala
Fonte: Dimitrios Kambouris/Getty Images – TIME

In tutti i suoi lavori – diversi per mood, storyline, temi e personaggi – la firma di Ryan Murphy è sempre la stessa e sempre riconoscibile in modo nuovo. Sottoscrive mondi variopinti, che nascono dall’urgenza di svelare parti di sé attraverso le storie che raccontano. Come lo stesso Murphy ha dichiarato in un’intervista per The New Yorker:

“Baroque is a maximalist approach to storytelling that I’ve always liked. Baroque is a choice. And everything I do is an absolute choice”.

È proprio dalla sua cifra stilistica (destinata a diventare negli anni un testamento per tutti gli showrunner della generazione) che possiamo addentrarci nei suoi universi. Che sono, riprendendo le sue parole, fatti di scelte. Da un lato, quella di rappresentare la sua stessa vita. E non si tratta di una missione da poco, per un’esistenza “al limite” come la sua. Il sentiero che lo ha condotto alla popolarità che ha oggi è stato più che impervio.

L’infanzia difficile e lo scontro con il modello paterno a causa della sua omosessualità, il bullismo ai tempi del liceo, gli insuccessi all’inizio della carriera californiana. Come emerge dai suoi racconti autobiografici, però, Ryan Murphy è stato sempre spinto da una grandissima ambizione – che rivediamo in tanti dei suoi personaggi. D’altra parte, se così non fosse il suo nome non sarebbe incluso nell’elenco delle 100 persone più influenti del 2019 secondo il Time, nella categoria Titans.

Darren Criss, "The Assassination of Gianni Versace"

Darren Criss in “The Assassination of Gianni Versace: American Crime Story”. Fonte: FX

Come conseguenza, allora, la scelta di rappresentare tutte le vite e mettendo sempre in discussione il concetto stesso di normalità – in particolar modo relativo al genere e orientamento sessuale. Non è un caso che uno dei suoi primi lavori si chiami proprio The New Normal. La sitcom racconta la storia di Bryan e David, coppia gay di Beverly Hills alla ricerca di una madre per la loro futura “perfect family”. Ci piace pensare che, alla fine, lo stesso Ryan Murphy l’abbia trovata con David Miller (ora suo marito) e i due bimbi che hanno avuto proprio grazie alla surrogazione di maternità.

L’amore di Bryan e David non era un segreto di cui vergognarsi, non rappresentava la base per una trama tutta incentrata sul fare coming out nè rifletteva i comuni stereotipi associati alla cultura gay. Si trattava – come per altri personaggi dipinti da Murphy – di esseri umani complessi e imperfetti, che non rientrano necessariamente in una definizione di “normalità” e che sullo schermo vivono, sono in quanto tali.

The New Normal

Bryan, Goldie e David in una scena di “The New Normal”. Fonte: Jordin Althaus/NBC

Allo stesso modo, rappresentazioni come quella di Blaine Anderson (in Glee) Payton Hobart (The Politician), Andrew Cunanan (American Crime Story) – per quanto eccentrici – danno voce a una parte della nostra realtà la cui voce ben si presta alla messinscena televisiva e cinematografica.
Parliamo allora di Glee, uno show effervescente in cui sono proprio gli outcast a cantare fino a perdere la voce, mettendo a nudo i loro sentimenti. La stessa serie in cui, tra le altre cose, Murphy ha introdotto a partire dal 2012 il primo personaggio transgender – Unique Adams.

Sicuramente un presagio del suo futuro successo Pose, tutto incentrato sulla comunità LGBTQ+ di New York negli anni ‘80. Da non dimenticare anche perché testimonianza di uno storico traguardo (la presenza di 5 attori transgender), vincitore agli Emmy e candidato ai Golden Globe.

Pose

“Pose”. Fonte: FX

In American Horror Story e American Crime Story (in riferimento al filone dedicato all’omicidio di Versace), in modi diversi, dominava la parte più violenta ed esplicita delle storie. Abusi sessuali, omicidi, manipolazioni rappresentano l’altra faccia della medaglia, della natura umana – indipendentemente dall’orientamento sessuale di chi li compie e senza riduzioni di genere. 

Il discorso raggiunge il suo apice con The Politician (la cui seconda stagione è da pochi giorni disponibile su Netflix). Fino a dieci anni fa, Payton Hobart – interpretato dal prodigio di Broadway Ben Platt – avrebbe rivestito un ruolo così importante solo in quanto omosessuale. Nello show di Murphy, invece, l’essere gay non è un punto focale della narrazione né dello sviluppo dei personaggi.

Ben Platt in "The Politician" di Ryan Murphy

Ben Platt in “The Politician”. Fonte: Netflix

Resta accattivante la descrizione dei rapporti coniugali ed interpersonali e ad essere condannata, quando capita, è solo l’infedeltà – indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Stando alle parole di Ben Platt, il ritratto di Murphy è quello di una società utopistica alla quale ci stiamo avvicinando a piccoli passi. Sicuramente, il suo impegno nella rivendicazione dei diritti di una cultura Queer senza troppe etichette sta contribuendo alla creazione di nuove opportunità per il cinema. Nel 2005, in un’intervista per l’Hollywood Reporter, Murphy ha dichiarato:

“I think the great thing about our show is that every year we push the boundaries of what television does”

Se pensiamo che da allora il suo impegno non si è mai fermato, è evidente che stiamo compiendo passi da gigante.

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