Un tocco di rosso sulle labbra, un paio di jeans, suonare uno strumento musicale e mangiare un panino al prosciutto. Normali azioni quotidiane, ma non per Esther Schwartz.
Unorthodox, una produzione originale Netflix tutta al femminile (creata da Anna Winger e Alexa Karolinski) vuole delineare una storia sulla diversità, dove due mondi si uniscono in maniera inaspettata.

Ispirata all’autobiografia di Deborah Feldman (2012), la miniserie scandisce in quattro episodi il percorso interiore di una giovane donna ebrea ultraortodossa che lascia la sua insulare comunità, per cercare sé stessa e il suo posto nel mondo.

Esther (Shira Haas) è una diciannovenne nata e cresciuta a Williamsburg (Brooklyn) nella più importante comunità di ebrei ultraortodossi sopravvissuti alla Shoah e originari dell’Est Europa, chiamata Satmar.  Cresciuta in un “quartiere devoto”, Esther si libera da un matrimonio combinato e molto infelice, fuggendo a Berlino.

Shira Haas in Unorthodox (2020) © Anika Molnar/ Netflix

La serie ruota attorno a quattro personaggi principali: Esther Schwartz, la protagonista che fin da piccola si è sempre sentita diversa per l’essere audacemente anticonformista. Yanky Shapiro (Amit Rahaul), marito di Esther, un ragazzo molto ingenuo ma non per questo debole. Pio, non cresciuto, Yanky é ancora troppo in simbiosi con la figura materna.

Lea (Alex Reid), la madre di Esther, allontanata dalla comunità 15 anni prima perchè ritenuta non conforme ai suoi principi morali. Infine Moyshe (Jeff Wilbusch), il cugino ludopatico di Yanky. Un personaggio che incarna la sua tragicità nell’incapacità di essere coerente tra quello che dice e quello che fa, nel non essere in grado di rispettare le regole imposte dalla comunità di cui fa parte. Un “cacciatore”, il cui incarico per redimersi è quello di riportare Esty a casa.

Amit Rahav e Jeff Wilbusch in una scena della serie Unorthodox (2020) © Anika Molnar/Netflix

Protagonista indiscussa della miniserie è Shira Haas. Attrice israeliana, classe 1995, dal talento incredibile. Bastano le movenze del suo volto per provocare nello spettatore riso o pianto. La sua Esty ce la mette sempre tutta per integrarsi, perché davvero vuole provare quella sensazione di appartenenza e felicità. Una carica vitale che solo la musica può restituirle.

Quel sogno interrotto che da Williamsburg trova libero sfogo a Berlino, per sfuggire alla norma della Torah, che riserva quasi esclusivamente alla donna il ruolo di ricettacolo per la procreazione.

Esther si scontra con i dettami della sua comunità di appartenenza. Il rito matrimoniale molto complesso e ingombrante, l’abbigliamento dimesso, le pratiche di purificazione Mikvah, obbligatorie per le donne in circostanze particolari come quella prematrimoniale.

Cresciuta con la nonna “babby” − dalla quale ha ricevuto un’educazione di stampo matriarcale − si scontra con la presenza – assenza di un padre ubriacone e con una madre che dopo essere stata ripudiata dalla sua comunità si trasferisce a Berlino, per condurre un’esistenza da poco ortodossa.

Shira Haas © Anika Molnar/Netflix

La narrazione cinematografica alterna, attraverso i flashback, la storia così come è descritta nel libro con quella di pura invenzione, opera delle due produttrici. Determinante per la riuscita del film è la cura impiegata nella ricostruzione dei costumi e della ritualità tipica di una comunità ultraortodossa. Maria Schrader (regista) ha dichiarato: «Ci premeva non solo riprodurre l’aspetto, l’atmosfera, i costumi e i rituali in maniera corretta, ma anche far rivivere le idee del mondo di quei personaggi in un modo autentico ma più intenso, trattandosi di tv».

A garantire l’autenticità della rappresentazione è l’utilizzo dello yiddish, lingua che fa da collante e veicolo della religiosità di questo ambiente.  Attori e tecnici compresi provengono da questa comunità. È inoltre interessante sottolineare lo slang quale risultante della parlata yiddish pigmentata da parole inglesi, specchio dell’interazione tra la provenienza est europea della comunità e le rive dell’East River.

Shira Haas e Amit Rahav in Unorthodox (2020) © Anika Molnar/ Netflix

Incisive alcune scene pregne di simboli e significati. Rilevante quella del bagno di Esther nel lago a Berlino. Vi è un forte rifiorire della memoria delle sue origini quando di fronte all’edificio in cui i nazisti decisero lo sterminio degli ebrei, lei sceglie la libertà e la nuova vita che al suo popolo fu negata. Esty si immerge nell’acqua vestita, si toglie lentamente i collant e la parrucca, per poi gettarla in acqua. Un atto di purificazione e liberazione dal peso dei ricordi e del suo stesso dolore.

A Berlino, Esty chiude il cerchio del suo vecchio mondo. Riscopre la passione per la musica e, in particolare per il pianoforte, che a New York studiava di nascosto. Berlino diventa segno di speranza per una nuova vita a ritmo di musica, e di una maternità differente, senza rigide gerarchie e imposizioni.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

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