Noi amanti delle cose ripugnanti e spaventose ci sentiamo spesso denigrati per i nostri gusti estetici. Puntualmente, con cadenza quasi mensile, spunta fuori un articolo dal titolone minaccioso, corredato da un qualche studio che vorrebbe demonizzare la violenza nei prodotti d’intrattenimento, ma che, alla luce dei fatti, presenta la stessa valenza delle teorie sulla Terra piatta o sulla pericolosità dei vaccini. Credere che la passione per i videogiochi, i fumetti o film sanguinolenti porti necessariamente a diventare degli assassini è testimonianza di un pensiero benpensante e semplicistico, non poi così lontano dalla supposta irrazionalità che lo stesso critica a questo genere di prodotti.

Certo, vi sono dei casi molto documentati che potrebbero dimostrare il contrario. Impossibile non menzionare il mostruoso Massacro della Columbine High School, che nel 1999 sconvolse l’America e il mondo intero. Il caso, anziché far interrogare i più sulla preoccupante facilità con cui due adolescenti possano procurarsi delle armi negli Stati Uniti, portò molti a puntare il dito verso i videoclip, le canzoni, i film ed i videogiochi che potevano aver influenzato i ragazzi. Tra gli altri, fu preso in esame Doom, un videogioco di cui i due erano molto appassionati, e che rientra in quella categoria nota come sparatutto in prima persona”, cioè un gioco in cui la visuale è quella del protagonista e dove, per raggiungere determinati obiettivi, è necessario sparare ai nemici.

Alicia Miles e John Robinson in “Elephant”. Fonte: imdb.com

Gus Van Sant ha intelligentemente ripreso questa tecnica per girare il suo Elephant, capolavoro del 2003 ispirato liberamente agli eventi della Columbine. Nel film la componente video-ludica è importantissima, ma è anche chiaro come Van Sant prenda certe distanze morali dalla storia che sta raccontando. Gli ampi piani sequenza danno forte realismo agli eventi, ma, allo stesso tempo, fanno sentire lo spettatore come un osservatore onnisciente, distaccato e indifferente. Van Sant, in fase di pre-produzione, giocò a Tomb Raider per capire come i killer della Columbine passassero il loro tempo e, nel documentario The Story of Film, dichiara di essersi appassionato molto al gioco, che per lui era diventato un vero piacere. Quello che ha fatto Van Sant è quello che quasi nessuno fa prima di giudicare un evento: ha provato in prima persona la materia in esame e, attraverso l’approccio distaccato della sua opera e le successive dichiarazioni, ci ha dimostrato quanto fossero sterili molte delle teorie sulle influenze culturali nei due assassini.

I prodotti d’intrattenimento violenti potrebbero comunque aver avuto un ruolo negativo in questa storia e in tante altre, ma non possono nemmeno essere considerati la causa deviante di una psiche. Insomma, è ovvio che a trasformare un cittadino in un assassino ci siano ben altre motivazioni (traumi infantili, disturbi della personalità, isolamento sociale,…), quanto che ad una persona già disturbata non faccia bene certo intrattenimento. Per citare il personaggio di Billy in Scream:

“Non dare la colpa al cinema. I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi.”

Adesso che abbiamo chiarito come non nascano nuovi pazzi, passiamo ad un discorso un po’ diverso e cerchiamo di capire cosa spinga molte persone ad amare opere violente e diseducative. In particolare, per la nostra analisi, ci concentreremo sul cinema e sui film horror.

“Kill Bill” di Quentin Tarantino. Fonte: fanpop.com

Una volta, Quentin Tarantino disse: “[…] adoro la violenza nel cinema! Dagli spaghetti western ai film di samurai, dai film cinesi di arti marziali ai revenge movie e all’horror, la violenza mi eccita.” Tarantino, dunque, concepisce l’arte del cinema in modo edonistico: il film deve innanzitutto soddisfare un piacere, ma il piacere di Tarantino è più fisico che intellettuale. Le sue idee ci aiutano a capire cosa provano molti cultori del genere horror, sempre alla ricerca di una visione cinematografica più estrema della precedente. Questi cinefili cercano continuamente di avvicinarsi a ciò che è repellente (squartamenti, torture, decapitazioni,…), ma lo fanno solo sul piano voyeuristico, attratti dalla forma e della potenza della settima arte. Viene loro naturale distinguere il mondo reale da quello diegetico, e questo, più che sintomo di follia, lo è di intelligenza. Ma il merito va anche alla doppia natura del cinema, che è al tempo stesso enfatizzante ed attenuante nei confronti della storia narrata. Per chiarire questo concetto, consideriamo gli albori del cinema narrativo.

David Wark Griffith è considerato il padre del sistema retorico narrativo. Lui, più di qualsiasi suo contemporaneo, è riuscito ad eliminare la figura dell’imbonitore dalle sale; di fatto, con Griffith, i film iniziano a raccontarsi da soli. Un passaggio talmente importante che Sandro Bernardi (L’avventura del cinematografo, Marsilio 2007) vi fa risalire la nascita del cinema. Non dobbiamo però fare l’errore di associare a Griffith l’invenzione di tecniche quali il primo piano, il raccordo sull’asse o la dissolvenza, perché queste esistevano già prima di lui. La grandezza di Griffith sta invece nel comprenderle tutte in un linguaggio unitario, che privilegia il racconto rispetto alla visione. Grazie a quest’uso moderno del montaggio si ottiene un film movimentato sul piano visivo, veloce nella narrazione e dinamico nei personaggi. Quando Griffith si avvicina in primo piano sui volti di Lillian Gish o Mae Marsh, non fa altro che riprodurre gli atti della mente umana, sempre attenta a concentrarsi su precisi stimoli visivi. Un’idea di cinema, questa, ben diversa da quella dei fratelli Lumiere: l’importante non è più mostrare, ma narrare; adesso non si cerca di meravigliare lo spettatore, ma di coinvolgerlo. Le storie acquisiscono concretezza e le nuove tecniche di montaggio aiutano ad enfatizzare gli eventi narrati. Ecco allora l’anima enfatizzante del cinema.

Lillian Gish in “Nascita di una nazione”. Fonte: imdb.com

Ma per quanto emozionante possa essere una visione, ciò che abbiamo davanti rimane…un film!

Chi ha una certa cultura cinematografica guarda le pellicole con occhio analitico, cercando sempre di giudicare l’opera in questione nel modo più oggettivo possibile. Sono soprattutto i cinefili a rendersi conto dell’altra anima del cinema, quella attenuante. Chi ben conosce gli artefatti, le tecniche narrative ed i trucchi del mestiere, non si lascerà coinvolgere facilmente quanto uno spettatore inesperto. Una scena di sgozzamento può sconvolgere uno spettatore qualunque, ma, probabilmente, avrà un effetto minore su un cinefilo. Quest’ultimo, più che verso il racconto, è interessato a come quella storia viene raccontata: il linguaggio diventa più importante del contenuto. Chissà, forse con questo tipo di visione va a perdersi un po’ di magia, ma si guadagna la piena consapevolezza degli strumenti usati dai registi. Raggiunto un livello abbastanza alto in questa consapevolezza, se non si è estremamente sensibili, si potrà sperimentare l’anima attenuante del cinema, quella che davanti ad una scena violenta ci fa dire “È soltanto un film.”

Il cinema ci dà modo di rispondere a tutte le nostre curiosità. Cinefili o meno, siamo tutti affamati di immagini, ed in particolare due generi riescono a soddisfare i nostri bisogni più feroci: il porno e l’horror. Due generi estremamente espliciti, senza censure, onesti quanto esagerati. Due generi che appagano perfettamente il nostro voyeurismo, perché rispondono alla parte più infantile della psiche. In fondo, noi amanti del cinema estremo, siamo ancora quei bambini curiosi che vogliono scoprire tutte le scene di fronte alle quali i nostri genitori ci coprivano gli occhi.