Cosa hanno in comune Jeremy Irons, venerato dai suoi sudditi; Robert Redford presidente degli Stati Uniti; una donna afroamericana; un vecchio su una sedia a rotelle; una vietnamita e un Dio blu?
È ciò che ci chiediamo, senza capire, fin dal primo episodio di Watchmen.

Graphic novel più famosa al mondo, Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons è sempre stata molto più che un “fumetto”. I sorveglianti di cui si raccontava erano ben lontani dall’essere degli eroi, anzi, erano umani, fin nel profondo: narcisisti alcuni, con manie di onnipotenza, altri. Persino l’uomo che si fa Dio (seppur frutto di un incidente), resta profondamente umano, tutt’altro che misericordioso.
Watchmen parla chiaro, fin da subito, non si tratta di supereroi, ma di cosa si cela sotto la maschera.

In un mondo post Watchmen, in cui i vigilanti sono, ormai, un lontano ricordo, e in un’America dalle mille culture, il Settimo Reggimento, un gruppo di suprematisti bianchi armati e nascosti dietro la maschera di Rorschach, si ribellano alle forze dell’ordine, massacrandone i membri e le loro famiglie, al grido di quanto sia difficile “essere un uomo bianco in America”.
La classe politica corre al riparo, o quasi. Se i nemici non possono essere identificati, non lo saranno neppure le loro vittime.
A tutti i membri delle forze dell’ordine è consentito avere una maschera, dando il via ad una lotta in cui, tra una maschera e l’altra, non è possibile riconoscere i buoni dai cattivi.

È qui tutta la filosofia, mai spicciola, del Watchmen di Damon Lindelof che, della graphic novel originale, ne scrive un sequel perfetto, mettendoci tutto ciò che non va nell’America e, in scala più ampia, nel mondo a noi contemporaneo.

Non c’è nessun mostro proveniente da un altro pianeta a minacciare l’incolumità del genere umano. La vera minaccia al genere umano è il genere umano stesso con il suo senso di superiorità e la sua rabbia, celate dietro una maschera (non più in senso metaforico), che ne sfrutta l’arma più potente: la paura.

Damien Lindelof sfrutta le “maschere” di Moore, per raccontare l’America in guerra con il Vietnam e con la Russia; un’America anche, se non soprattutto, razzista, quella del Ku Klux Klan, dei suprematisti bianchi, spesso ai vertici della società, che mai hanno riconosciuto i diritti delle loro vittime, come quelli della strage di Tulsa, tragico evento da cui prende il via questa nuova narrazione.

Lindelof sceglie, dunque, di rompere i canoni hollywoodiani del politically correct e sceglie una protagonista afroamericana, Angela Abar (una grandissima Regina King) spesso affiancata da persone anziane, prossime alla pensione, rugose e con tutti gli acciacchi dell’età, ben lontane dall’immaginario ero(t)ico; sceglie di mostrarci tutte le debolezze di un Dio, sempre presente e mai visibile, che potrebbe risolvere i mali del mondo, ma decide di non farlo e di lasciarsi andare al tempo.

Watchmen ci regala scene accuratamente studiate, dettagli minimi che ritornano, scene che richiamano prepotentemente le vignette di un fumetto, accompagnate da colonne sonore che combaciano alla perfezione, atmosfere da noir (la 1×06, in particolare, può essere considerata, a buon diritto, la puntata migliore dell’intera stagione, per cui varrebbe la pena spendere anche solo qualche minuto per questa serie) e il richiamo costante dei colori blu e giallo.

Se c’è un difetto nella serie di Damien Lindelof è che, per apprezzarla appieno, bisogna conoscere Watchmen!

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊,5 /10

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