Lo definiscono l’enfant prodige du cinéma, ma Xavier Dolan non sente affatto il peso dell’età. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’età precoce non è mai stata per Dolan un ostacolo quanto semmai un incentivo per creare e manifestare il suo pensiero attraverso il cinema.

Classe 1989, regista, sceneggiatore, attore, montatore, costumista, produttore cinematografico, scenografo e doppiatore canadese, Xavier Dolan ha iniziato a creare lungometraggi all’età di 17 anni.

Xavier Dolan

Xavier Dolan © Neilson Barnard 2014

Al centro del suoi film spesso vi è il rapporto contrastato, incisivo, perturbante e unico tra madre e figlio. Il tema attraversa quasi tutta la sua produzione: dal primo progetto J’ai tué ma mère (2009) passando per Mommy (2014) fino a La mia vita con John F. Donovan (2018).

La colonna sonora rappresenta un elemento essenziale e determinante per la buona riuscita del film. Una componente fondamentale della pellicole di Dolan è proprio quella legata alla scelta della musica. Scelte peculiari che scandiscono scene altrettanto determinanti. È proprio così che le scene diventano iconiche, finendo da sole per rappresentare l’intero film.

J’ai tué ma mère (2009)

Ho ucciso mia madre costituisce un’opera dal taglio semi-autobiografico, nonché esordio alla regia di Xavier Dolan che firma la pellicola all’età di soli 20 anni. Analisi arguta del rapporto madre-figlio tutta giocata su primissimi piani dal forte impatto visivo.

Colonna sonora del film Noir désir della band belga Vive la fête. Melodia dal tratto trascinante che accompagna la scena del dripping in cui il protagonista Hubert (Xavier Dolan) e il suo ragazzo Antonin (François Arnaud) dipingono un ufficio con questa tecnica picassiana.

Non riesco a calmarmi” cantano i Vive la fête, mentre i due ragazzi si amano abbandonandosi all’estasi tra macchie di colore e corpi che si incontrano. Il lungometraggio gli valse tre premi minori a Cannes nel 2009.

Mommy (2014)

Pellicola tra le più riuscite del regista e volta a delineare il rapporto tra Diane “Die” (Anne Dorval), una vedova 40enne provocante e aggressiva e suo figlio quindicenne Steve (Antoine Oliver Piton) affetto da “deficit d’attenzione e iperattività di tipo oppositivo – provocatorio”. Questo rapporto viene declinato mediante un continuo dissidio di amore e odio.

Trattasi del quinto film del regista franco-canadese che firma sceneggiatura, costumi e montaggio. Il formato scelto da Dolan è quello quadrato che va ad occupare il centro dello schermo per poi allargarsi tornando al tradizionale 16:9 solo nei momenti felici.

Con una fotografia dal tratto nitido (André Turpin), Xavier Dolan riesce a trasmettere una sorta di effetto claustrofobico nello spettatore, dilazionando i difetti e le angosce dei personaggi con una moltitudine di primi piani e dettagli dei volti.

Premio della giuria al Festival di Cannes 2014 ex aequo con Adieu au language di Godard, oltre ad essere nel 2015 tra i migliori film stranieri candidati ai David di Donatello.

Qui la musica assume un tratto alquanto rilevante nel delineare il susseguirsi degli eventi narrati. Dolan mixa le produzioni internazionali con quelle italiane: White Flag di Dido, On ne change pas di Celine Dion, Vivo per lei di Andrea Bocelli, Wonderwall degli Oasis, Experience di Ludovico Einaudi e Born to die di Lana Del Rey destrutturano il rapporto tra Steve e sua madre.

La ballad Experience (In A Time Lapse), di Ludovico Einaudi con il suo meraviglioso crescendo di archi e pianoforte viene scelta per un passaggio fondamentale della trama, e la delicata Childhood, composta da Craig Amstrong, sanno costruire un’atmosfera intensa e suggestiva.

A queste, si affianca On ne change pas di Cèline Dion inserita dal regista in una delle scene più iconiche del film. Trattasi del canto liberarorio e senza preoccupazioni dei tre protagonisti in cucina, dove appare visibile l’auspicarsi di una nuova famiglia atipica e lontana da ogni convenzione.

Wonderwall, brano iconico degli Oasis, accompagna invece, una delle scene più incisive del film: la corsa a bordo dello skateboard di Steve che sa creare un crescendo di emozioni culminanti in un allargamento dell’orizzonte grazie a un cambio di formato dell’inquadratura dal formato 1:1 a quello in 16:9, gestito con creatività e intelligenza.

Vivo per lei enfatizza uno dei momenti più bui del protagonista che sceglie per il karaoke proprio il guizzo vocalico del duo Andrea Bocelli/Giorgia per dedicare una canzone alla madre. Una performance di grande impatto emotivo che mette in luce la sofferenza di Steve nell’accorgersi dell’indifferenza totale di sua madre.

Più malinconiche le emozioni suscitate da White Flag di Dido e Born to Die. La particolare vocalità di Lana Del Rey accompagna gli ultimi minuti del film e l’inizio dei titoli di coda, enfatizzando la continua lotta tra luci e ombre che animano la giovane vita di Steve.

La mia vita con John F. Donovan (2018)

The Death and Life of John F. Donovan costituisce l’esordio in lingua inglese del regista. Forse il meno riuscito dei suoi film, ma imperdibile per chi predilige e ammira il cinema di Xavier Dolan.

Qui, Dolan bilancia due piani temporali. Il primo ambientato a Praga, dove una giornalista corrispondente di guerra è chiamata (suo malgrado) a intervistare il giovane attore Rupert Turner (Ben Schnetzer). Egli ha pubblicato un libro riguardante la sua corrispondenza, in età infantile, con una star morta prematuramente. Il secondo è legato al racconto che l’attore fa alla giornalista della sua infanzia.

Il regista riavvolge la pellicola al 2006. Un bambino, il piccolo Rupert Turner (Jacob Tremblay), vive in Inghilterra con sua madre (Natalie Portman). Egli è vittima di bullismo dai suoi compagni di classe e sogna di diventare attore. Chiuso nella  sua cameretta, il protagonista si lascia andare alla scrittura di lettere che danno il via ad un rapporto epistolare con John F. Donovan (Kit Harington, Il Trono di Spade), star in ascesa, di una serie tv per ragazzi.

Ad interpretare la madre tipicamente dolaniana in questo caso è Susan Sarandon che dà il volto a Grace Turner, alle prese con i suoi deliri e il vizio dell’alcol. Dolan si stacca dai suoi stilemi tipici, negando questa corrispondenza  instillando il mistero nello spettatore.

Ritorna, come di consueto, il ricorso alla musica pop. L’emblema di questo utilizzo è evidenziato nel fotogramma – tra i più incisivi del film – in cui in bagno, John insieme a suo fratello James (Jared Keeso) intonano Hanging By A Moment dei Lifehouse. E la madre Grace che raccoglie negli occhi uno sguardo emblematico.

Ennesimo esempio che mostra l’incastro perfetto tra la padronanza dello schermo e le scelte musicali adottate nella produzione artistica di Xavier Dolan, che all’età di soli 31 anni ha già firmato ben otto pellicole. Tali scelte, non fanno che valorizzare le immagini, confermando il suo innegabile talento nel creare un’opera in grado di integrare forme artistiche diverse per dare forma a film esteticamente originali ed emotivamente coinvolgenti.

Immagini di copertina: © Neilson Barnard 2014, © Ian Gavan – gettyimages.com
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