di Mauro Serra

Dura la vita dei registi. Sempre alla costante ricerca di un fragile equilibrio fra tutte quelle parti che compongono il prodotto finale della loro creatività, ottenendo però spesso, a livello di ritorno in termini di fama, poco più dell’apprezzamento manifesto di qualche addetto ai lavori o di una citazione enfatica in comunicati stampa per definizione mai troppo attendibili. Un mestiere che, escludendo qualche iconica eccezione, mal si sposa con quella esaltazione pop solitamente riservata, a suon di lustrini, alla categoria degli attori, sempre alla ricerca del prossimo red carpet e del prossimo obiettivo dentro il quale sfoggiare il loro impostato sorriso. Ma si sa, non esistono regole che non abbiano eccezioni. E così, se qualche autore arriva a trovare la fama planetaria innalzandosi ad oracolo di generazioni costantemente alla ricerca di simboli culturali attorno a cui potersi stringere, altri seguono vie diverse.

No, non è Justin Bieber, ma uno dei registi più talentuosi degli ultimi decenni (fonte: Multiplayer.it)

Si prenda Xavier Dolan, all’anagrafe Xavier Dolan-Tadros. Nato a Montreal e ventinove anni ancora da compiere, a vederlo sfilare sul red carpet del Roma Fiction Fest con quei capelli biondo platino e quella faccia giovane e fotogenica propria di chi sa stare con sicurezza davanti ad una fotocamera non verrebbe mai in mente, se non lo si conoscesse, che possa trattarsi di uno dei registi più discussi del momento, con sei film all’attivo ed un settimo in uscita. Ma in fondo non si sta mica parlando di uno qualsiasi, considerato che il talento di Dolan è un qualcosa di eccezionale nel senso letterale del termine: trovatelo voi un altro che alla sua età sia presentato su Wikipedia come attore, regista, sceneggiatore, montatore, costumista, produttore cinematografico, scenografo e doppiatore; trovatelo voi un altro che riesca a fare tutto questo imprimendo ai suoi lavori uno stile personale e riconoscibile, riuscendo a smuovere con lo stesso impeto sia orde di ragazzine pre-adolescenti pronte ad accalcarsi e a farsi la guerra per contendersi un selfie col nostro da postare su Instagram, sia schiere di cinefili barbuti che si azzuffano per stabilire se una data inquadratura sia più un omaggio al cinema di Cassavetes o a quello Fassbinder. E chissà che affronto, per i sopracitati cinefili, scoprire che la suddetta inquadratura non è invece un omaggio né a l’uno né all’altro, quanto più probabilmente a Mamma ho perso l’aereo, considerato che la cultura cinematografica di Dolan ha lacune che potrebbero essere considerate imperdonabili da qualche purista, ma attinge piuttosto a piene mani da un background sfacciatamente pop che passa da Titanic (non a caso citato spesso senza paura da Dolan come suo film preferito) a Jumanji, in un vortice pop-consumer in cui però anche i suoi più accaniti detrattori potrebbero rivedersi, se andassero a ripensare ai film inseriti nei loro lettori dvd durante i loro primi venti anni d’età. Sono proprio queste le basi su cui poggia il talento di Dolan: riuscire, da questo genere di prodotti per lui formativi, ad estrapolarne quell’appeal magnetico che questi hanno suscitato verso il grande pubblico per poi reinterpretarlo, senza però venir meno alle sue prerogative artistiche. Un lavoro di ricerca che a Dolan riesce sfacciatamente semplice, riuscendo quindi ad evitare che nelle sue opere si avverta quel retrogusto di artefatto e artificiale da cui ogni autore vorrebbe sempre tenersi lontano.

La musica nei film di Dolan è un mezzo attivo e seducente, utile per slanciare la voglia di riscatto dei suoi protagonisti

Per riuscirci al meglio, Dolan ha sviluppato, nei suoi lavori, un percorso narrativo e stilistico basato principalmente su alcuni dei temi che più lo toccano o lo hanno toccato direttamente nel corso della sua vita. Ma, escludendo l’esordio autoprodotto J’ai tué ma mère (in cui Dolan non a caso ha sentito la necessità di metterci la faccia anche da protagonista), non si ha però davanti opere semplicemente autobiografiche, quanto piuttosto lavori in cui sussiste una continua e variegata declinazione di microcosmi ridondanti: il rapporto madre-figlio, l’omosessualità, il fascino degli emarginati, l’incomunicabilità, la rabbia. Dolan non si limita a trasporre i suoi problemi sullo schermo, ma li trasla dentro contesti e personaggi originali, consentendo lo sviluppo di storie sempre diverse dotate però della medesima sensibilità. Vista in quest’ottica, la spesso decantata inverosimiglianza della storia di accettazione transessuale raccontata da Laurence Anyways, così come lo stratagemma narrativo distopico che dà inizio alla delicata e toccante storia di Mommy, diventano metodi legittimi per cavalcare e manipolare la narrazione con l’obbiettivo di far avvicinare il pubblico ad un’emozione, più che ad una impersonificazione o ad una cerebrale ricerca basata su simbolismi di qualche genere.

E dunque, che i detrattori (tra i quali non mancano nomi eccellenti, come uno dei più grandi registi francesi di tutti i tempi, Jean-Luc Godard) si mettano l’anima in pace quando Dolan risponde loro dicendo di “fottersene”: “[Il mio cinema] – sostiene Dolan alla rivista Marie Claire – può essere urlante, generoso, pieno, espressivo, latino. L’opposto di uno radicale, cerebrale, austero. Non vorrei mai appartenere alla gente che fa il cinema, ma a quella che lo sente. Ci sono registi che hanno bisogno di 90 pagine per spiegare il loro film, dicendo di essere artisti e sostenere che magari loro sono registi e io solo un filmmaker, ma a me va benissimo così».

La filosofia Dolaniana sta tutta qui, diretta ed efficace come sono i suoi film, magari anche un po’arrogante, sì, ma perfetta per i fruitori dell’epoca in cui viviamo, sempre meno vogliosi di chiavi di lettura da dover decodificare e sempre più alla ricerca di semplice comprensione e di conforto. E diventa dunque ancora più rappresentativo ed iconico l’ex-aequo tra Mommy di Dolan e Adieu au Langage di  Godard per il Premio della Giuria del 67esimo Festival del Cinema di Cannes, quasi a simboleggiare uno scontro tra due modi di fare cinema sostanzialmente agli antipodi, ma non per questo necessariamente uno migliore dell’altro.

Per Dolan la ricerca continua dell’emozione nel suo pubblico è una missione che a volte, come in Lawrence Anyways, necessita di una sospensione di incredulità

Il cinema di Dolan non ha bisogno di rifarsi ai capostipiti della settima arte proprio perché il suo modo di intendere la cinematografia altro non è che il personale risultato finale di un processare media diversi e più immediati, dalle fotografie di Nal Goldin (che hanno ispirato direttamente la genesi di Mommy), ai quadri di Chagall, Matisse ed Hopper, fino alla pop-culture televisiva e musicale di cui si diceva all’inizio. Un assemblaggio non sempre facile, e che vede spesso il rischio concreto di un autocompiaciuto strabordamento visivo che a volte appare come evidentemente tangibile, pane per i denti di chi accusa il canadese di girare dei film che altro non sarebbero che videoclip di un’ora e mezza di durata. Una critica reiterata che, nonostante la strafottenza di facciata, Dolan sembra aver assimilato, considerato che il suo ultimo lavoro Juste la fin du monde è, per la prima volta, un film che comunica attraverso silenzi e vuoti più che con le urla, la cui immancabile presenza serve stavolta a rimarcarne un’insalubrità nociva e controproducente. Il risultato finale, pur non brillante come altri suoi lavori, lascia comunque intendere che il canadese non ha di certo intenzione di adagiarsi sugli allori sui quali sarebbe facile sedersi, ma che ha intenzione di continuare ad esplorare tutte le opportunità che la potenzialità della pellicola può offrirgli per continuare il suo lavoro in un modo che sappia tenere lontani minacciosi ristagnamenti.

Juste la fin du monde ci mette di fronte una famiglia radunata sotto lo stesso tetto, ma segnata da una distanza interpersonale probabilmente insanabile

È dunque con queste premesse che ci si avvicina al suo nuovo lavoro The Death and Life of John F. Donovan, primo suo film di stampo hollywoodiano interamente in lingua inglese in uscita all’inizio dell’anno venturo. A supporto della regia di Dolan ci sarà un cast corale di altissima levatura, che vede protagonisti, tra gli altri, Natalie Portman, Jessica Chastain, Kit Harington e Susan Sarandon. Andando oltre il fascino dei nomi coinvolti dietro e davanti la telecamera, il film avrà notevoli spunti di interesse: per la prima volta nel suo cinema, infatti, avremo a che fare con una storia all’apparenza lontana dagli stilemi tipici dei film di Dolan, ambientata in quella stessa Hollywood che Dolan sta imparando proprio in questi anni a conoscere. Sarà infatti la storia di un giovane attore alle prese con i ricordi di una corrispondenza avuta fin da bambino con una star del cinema appena scomparsa, in un intreccio che andrà a scandagliare l’impatto che tali lettere ebbero sulle vite di entrambi, in quella che sembra essere la prova del nove per la definitiva consacrazione di un regista sempre meno enfant e sempre più prodige.

Dolan propone nei suoi film un ampliamento di orizzonti che in Mommy è reso letterale. Sta al pubblico decidere se seguirlo o meno

Copyright immagine copertina: ©Chiara Pasqualini