di Davide Pirocci

Alberto Moravia nel 1975 salutava Pier Paolo Pasolini al suo funerale con queste parole:

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono 3 o 4 in un secolo.”

No, non ci ha lasciato un poeta, un intellettuale i cui testi vengono studiati a scuola. Men che mai un artista o pensatore che ha riflettuto o fatto riflettere sulla società che ha vissuto. Abbiamo, però, perso uno di quegli uomini che sì, nasce una volta al secolo. Lo scorso 26 gennaio, a soli 41 anni, è morto Kobe Bean Bryant, leggenda indiscussa del basket.

Kobe Bryant - Photo by Elsa/Getty Images

Kobe Bryant e sua figlia Gianna. Photo by Elsa/Getty Images

È stato un incidente in elicottero a portarcelo via, mentre si recava ad una partita della figlia Gianna, promessa del basket e morta anche lei insieme altre 7 persone la cui identità non è ancora stata ufficialmente rivelata. Ex-cestista, cresciuto in Italia al seguito del padre Joe (cestista anche lui), conduttore di un programma televisivo dopo il ritiro, imprenditore, marito e padre di 4 figlie. Kobe Bryant è stato l’incarnazione del successo, della competitività, dell’ossessione per la perfezione e per il miglioramento di sé stesso. Perché se non dovessero bastare i 33.000 e oltre punti segnati in carriera (quarto di sempre), i 5 titoli NBA, gli innumerevoli record e premi personali ottenuti nel basket per darvi un’idea di chi fosse, si potrebbe aggiungere anche un Oscar al miglior cortometraggio d’animazione vinto nel 2018.

Una lettera d’addio al gioco professionistico è stata trasformata da lui stesso in un cortometraggio d’animazione dal titolo Dear Basketball, diretto da Glen Kean. Kobe Bryant è stato il primo sportivo nella storia a vincere un Oscar.

Dopo tutti questi successi alcune pagine sportive italiane lo definirono il Re Mida, colui che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Ma per tutti Kobe era e rimarrà sempre Black Mamba, il serpente usato da Elle Driver in Kill Bill II per uccidere Budd. Il mamba nero, colui che non lascia scampo, che non ha mai provato pietà quando vestiva la maglia numero 8 o 24 per i Los Angeles Lakers, unica squadra nella quale ha militato. Quello che scendeva in campo con un solo scopo: vincere. Vincere sempre, anche senza avere ragioni per farlo, vincere come unico obiettivo, come mantra che lo ha sempre accompagnato e che, inevitabilmente, lo ha visto trionfare persino agli Academy Awards, in un campo non suo.

Federico Buffa – giornalista sportivo -, raccontando alcuni aneddoti legati a Kobe, lo ha sapientemente paragonato ad una tigre. Ci sono animali in natura che uccidono anche se non è necessario, solo per dimostrare chi comanda nel territorio in cui vivono. A dimostrazione di ciò, ci sono episodi della vita di Bryant che ci fanno capire quanto fosse difficile essere “Kobe”. Ne è un esempio l’episodio risalente all’aprile del 2013, quando ha intentato una causa contro la madre, rea di aver venduto, per la bellezza di 450.000 franchi, alcuni suoi cimeli risalenti al suo periodo dell’High School, sostenendo che i cimeli fossero suoi e nessuno poteva permettersi di toccarli. Vinse la causa e se li riportò a casa. Perché quando vuoi vincere, vuoi vincere sempre.

Kobe Bryant - Photo by: John Bazemore

Kobe Bryant – Photo by: John Bazemore

L’11 settembre del 2001, al momento dell’impatto del primo aereo contro le torri gemelle, a New York sono le 8:46 del mattino e Kobe lo viene a sapere in diretta, mentre si trova nella palestra nella sua villa di Los Angeles. Tutto normale se non si considera che fra New York e la Città degli Angeli corrono 3 ore di fuso orario e, pertanto, a casa Bryant sono le 5:46 del mattino. L’episodio assume una dimensione sovrannaturale se si tiene conto anche del fatto che le stagioni NBA iniziano a fine ottobre e che quindi il mese di settembre rappresenta un mese di vacanza o blanda preparazione al ritiro. Ma non per lui. Non si tratta solo di etica del lavoro, si tratta di un DNA diverso dagli altri.

Non è sufficiente tirar fuori la dialettica del pain and gain, bisogna sapersi caricare sulle spalle la responsabilità del nome che porti. Anche nelle cadute di stile e nei momenti bui, come il processo per stupro nel 2003 – che lo vide poi assolto due anni dopo per revoca dell’accusa- che gli costò, tra le altre cose, la rescissione del contratto da sponsor per la Nutella e per Adidas oltre che la cattiva reputazione – e purtroppo anche memoria – tra alcune personalità del mondo dello spettacolo. Come dimostrato dallo scandaloso tweet di Evan Rachel Wood, in cui Kobe viene ricordato sì come un “eroe” ma anche come “stupratore”.

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Non basta prendere coscienza del fatto che la “mamba mentality“, l’insieme di precetti donati da Kobe, sia diventata il paradigma per chi intende avere successo nello sport e più generalmente nella vita. Infine, non si può cristallizzare la vita e l’irripetibile carriera di un uomo che è entrato di fatto nella leggenda. Lo si può soltanto omaggiare e, per quanto possibile, seguire.

Quando se ne va un’icona di questo calibro, resta il mito. Il motore in grado di continuare a far vivere lo spirito di chi non c’è più fisicamente sulla terra. Il nostro compito, pertanto, è quello di cercare di tramandarlo, donando a qualcuno che se l’è meritato il più bel dono ormai possibile: l’eternità.

Come si suole fare con i grandi artisti del passato. Perché anche se loro se ne sono andati, il ricordo è indelebile.

Ciao Kobe, ciao Gianna.

Immagine di copertina: © Reuters
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