«Do you know what’s worth fighting for, when it’s not worth dying for?». È la strofa di un pezzo dei Green Day, una delle band più amate qui in Florida. Oltre ogni cliché che accompagna le tradizioni del giorno, il rosso del San Valentino dovrebbe essere solo il canonico colore dell’amore che tinge i tavoli apparecchiati o i palloncini lungo le strade. A Parkland è andata diversamente; a Parkland è stato il rosso del sangue che ha tinto vestiti da riporre per sempre, che ha macchiato le pareti bianche di una scuola. Perché se tra i banchi di un liceo non c’è nulla per cui valga la pena morire, la patria della democrazia continua ad essere culla di pericolosi fanatici che trovano sempre una buona ragione per combattere. Puntando il fucile su facce innocenti e terrorizzate, sparando addosso a decine di speranze in un futuro migliore dal presente che i loro carnefici rappresentano. Quel presente in cui un’arma in mano rappresenta tutta la forza necessaria.

Manifestazione contro le armi da fuoco da parte di giovani studenti sdraiati fuori la Casa Bianca, 19 febbraio.
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Tristemente si constata che il tragico avvenimento dello scorso 14 febbraio non costituisce un episodio eccezionale. Fatti di violenza legata al possesso e all’esercizio di armi da fuoco in USA sono all’ordine del giorno, e questo è vero per un numero quasi non quantificabile di cittadini. Solo perché le cifre possono aiutare a comprendere meglio i fenomeni, si pensi che secondo una recente stima del Congressional Research Service gli Stati Uniti d’America sono abitati più dalle armi che dalle persone, nel senso che il numero delle prime scavalla quello dei cittadini. Statistica che fa a dir proprio rabbrividire dal senso di vergogna e piccolezza di una società che si fa grande di fronte alla sua nascosta piccolezza, celata dietro problemi infinitamente più grossi di lei. Come quello delle lobby ad esempio, la National Rifle Association (NRA) su tutte – ma non solo – che ricevono soldi dall’industria delle armi per un giro di denaro pari a oltre cinquanta milioni di dollari annui. E si continua a tremare. Perché più si estrapolano stime, più la gravità della vicenda si alimenta di connotazione sociale, a dimostrare la natura culturale di un fenomeno che proprio per questo suo radicamento nel costume civile statunitense risulta tanto più difficile da combattere.

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Se a questo uso trasversale si aggiunge il dato costituzionale, allora pare alquanto inutile starsene a discutere su eventuali contromisure da adottare: l’uso legale giustifica automaticamente l’abuso delle stesse. La differenza è sottile o nulla: in generale ci si adagia sopra il dato acquisito che legittima il possesso di armi per ogni cittadino che abbia compiuto almeno ventuno anni (curioso, come le guns dei Green Day) previa semplice esibizione del documento d’identità, il che determina una strana ma inevitabile sindrome di onnipotenza capace di rendere improvvisamente insani anche quei cittadini apparentemente più “normali”. È questo l’altro bandolo della matassa, la sottovalutazione del problema che passa attraverso l’idea del dare per scontato, sia il fenomeno in sé che gli artefici e i responsabili dello stesso. Rispetto alla sua legalizzazione, ad ogni proposta di restrizione legislativa i conservatori fanno leva sul testo del Secondo Emendamento, che regolamenta «il diritto dei cittadini di detenere e portare armi» come norma infrangibile. Una giustificazione che fa discutere e ammiccare un sorriso amaro di vergogna, se si pensa che il testo in questione è stato stilato quasi 230 anni fa, quando sia i tempi che le armi erano ben diversi. Tanto più sorridere – giusto per usare un eufemismo -fanno le parole di soggetti come il governatore repubblicano del Kentucky , che liquida la faccenda scaricando la responsabilità su videogiochi poco educativi: in cuor suo non può non sapere che combatterli, per quanto sia efficiente, non sarebbe la soluzione al problema.

È a partire dall’assassinio di Kennedy che lo spirito tradizionale del Secondo Emendamento americano venne sottoposto a reinterpretazione: in origine, infatti, il suo scopo era quello di difendere le milizie cittadine dagli oppressori britannici e spagnoli.
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Nikolas Cruz è solo un ragazzino diciannovenne, eppure ha già la ferocia del killer e l’insanità dell’autolesionista seriale, istinti alimentati da una cultura stereotipata intrisa di odio razzista ed antisemita e catalizzati dal pericoloso potere dei social. Già da tempo prometteva stragi dal suo profilo Instagram, anche dopo esser stato giudicato «sano» dal tribunale dell’assistenza minorile chiamato a valutarne lo stato mentale a seguito di comportamenti di autoflagellazione. Tutto nella norma, insomma. Di nuovo sottovalutazione, ridimensionamento, indifferenza. È questo il nucleo del toccante discorso d’accusa di Emma Gonzalez, una delle sopravvissute alla strage di Parkland, che ha preso parola durante una manifestazione di memoria e protesta organizzata davanti a Fort Lauderdale, sede del tribunale federale, a pochi giorni dal drammatico accaduto. Dalla denuncia pubblica di Emma al presidente Trump, reo di aver ricevuto 30 milioni di dollari dalla NRA, a quella di Trump contro i federali che «troppo presi dal Russiagate, hanno sbagliato tutto». Ma ad ogni coscienza pulita o in fase di lavaggio corrispondono diciassette vittime che giacciono inermi nelle aule e tra i corridoi, morti due volte: sotto i colpi di un fucile e sotto quelli di una burocrazia sorda che passa troppe ore davanti allo specchio, a coprirsi col trucco delle ferite che, piuttosto, andrebbero curate.

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Chiaro che tutte le parole del mondo non possono alleviare sofferenze così immani, né rappresentare la medicina che allevi o addirittura curi il male davanti al quale ci si trova. La retorica serve alla constatazione, alla presa di coscienza: senza dubbio è un mondo segnato dalla distanza, quella che separa la canna di una calibro qualsiasi dal suo obiettivo, quella che separa l’uomo dalla sua dignità di essere umano. Basterebbe ridimensionarla, ma è compito difficilissimo: come tutte le cose apparentemente semplici, anche la più banale implica grossi sacrifici in termini d’impegno, di determinazione. Poi si rimanda ovviamente alla coscienza di ognuno: dal cittadino dell’angolo più sperduto del mondo all’americano inventore di una democrazia dagli ideali e dai riscontri spesso troppo brutti per essere veri.

Ma la luce sempre accesa, per reazione, provoca piccoli bagliori anche subito dopo spenta: allora se è vero che al male non c’è mai fine, vale altrettanto per la speranza. Il piccolo bagliore della vita che brilla ad ogni suo buio improvviso.

 

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