Per molti è la festa della famiglia, per altri la festa dei bambini: a qualcuno trasmette pace e serenità mentre per alcuni è privo di qualsivoglia significato e, anzi, addirittura risulta irritante. Eppure, non c’è giorno del calendario più famoso e più celebrato al mondo: il Natale è una presenza fortissima nell’immaginario collettivo globale e costituisce un terreno d’indagine particolarmente fertile per chi si occupa di scienze umane e, in particolare, di antropologia culturale. Perché in questa ricorrenza d’origine religiosa si condensano una quantità impressionante di tradizioni, miti, racconti, usanze e simboli provenienti da ambiti culturali estremamente eterogenei. 

Vi siete mai chiesti come mai una festività così marcatamente cattolica si sia diffusa tanto capillarmente? C’è una quantità decisamente notevole di persone che festeggiano il Natale pur non aderendo neanche in minima parte alle istanze e ai precetti religiosi sottesi a questo giorno speciale dell’anno. Tutta colpa del capitalismo statunitense e della Coca Cola? Forse sì, ma abbiamo fondati sospetti che ci inducono a credere che le ragioni di tale adesione massiva al tradizionale pranzo in famiglia e alla pratica di scambiarsi auguri e doni siano da ricercare più a fondo, in un passato lontanissimo che, per fortuna o per casualità, presenta radici comuni a molti popoli del pianeta. Martyne Perrot nel suo saggio Etnologia del Natale, testo fondamentale per  approfondire il tema, lo descrive come una festa paradossale.

Elèuthera, trad. di G. Lagormarsino. Euro 14.

Detto in altri termini, il Natale è sempre stato molto più pagano di quanto si possa immaginare ed è forse per questo che gli aspetti mondani e laici di questa festività occidentale sono, oggi più che mai, prevalenti rispetto a quelli prettamente religiosi. I passi da fare indietro nel tempo sono molti: avventuriamoci allora nell’affascinante excursus storico del giorno più celebrato al mondo, prendendo le mosse dai Riti Saturnali dell’Antica Roma.

Dal Dies Natalis Solis Invicti alla Natività: i molteplici significati del solstizio d’inverno

Nella storia dell’umanità, troviamo una miriade di culti solari (e lunari) sparpagliati in tutto il globo, dalla Polinesia al Sudamerica. Le ragioni sono facili da intuire: il Sole è simbolo di luce, di vita, di prosperità, di benessere ed è per questo che il solstizio d’inverno è in moltissime culture un giorno particolarmente significativo e ambivalente. Per un verso, l’impressione che l’astro si fermasse in cielo cielo provocava timori e paure; d’altro canto, il fatto che, da quel momento in poi, le giornate si sarebbero allungate e il rigido inverno avrebbe ceduto il passo alle stagioni calde rincuorava e costituiva motivo di festeggiamenti e celebrazioni.

Lastra raffigurante il Sol Invictus e Jupiter Dolichenus, II secolo d.C., Museo Nazionale Romano. Fonte: Wikimedia Commons.

In particolare, il culto del Sol Invictus in età imperiale assunse una forma rituale molto significativa: ci riferiamo ai Saturnali, un periodo compreso tra il 17 e il 24 dicembre che celebrava il regno di Saturno, dio delle sementi e dell’agricoltura e che prevedeva banchetti, cerimonie, sacrifici e, guarda caso, scambio di doni detti strenne, letteralmente regalo augurale. Molte etnie di origine indo-ariana festeggiavano, invece, il periodo immediatamente successivo al solstizio d’inverno: i primi dodici giorni del nuovo ciclo solare, che corrispondono grossomodo alle feste natalizie come le intendiamo oggi, rappresentavano ognuno i dodici mesi dell’anno nuovo in arrivo e venivano perciò celebrati a dovere. Poiché queste credenze e, soprattutto, queste tradizioni festive erano fortemente radicate e dure a morire, è lecito credere che le istituzioni ecclesiastiche del tempo ritennero opportuno cristianizzarle: d’altronde, la stessa figura di Gesù Cristo è spesso associata al Sole negli scritti patristici di quei secoli e questa sovrapposizione tra culti pagani e cristiani perdurò almeno fino al Medioevo.

L’albero di Goethe e il dono di Marcel Mauss

È, tuttavia, nell’Ottocento che il Natale si costituisce nelle forme in cui lo riconosciamo ancora oggi, al punto che, per moltissimi studiosi, nasce proprio in età vittoriana. “Galeotto fu il libro”, per citare il Sommo Poeta: si tratta del celeberrimo Canto di Natale di Charles Dickens del 1843 che consacra il 25 dicembre come festa della borghesia e dei suoi valori ovvero disciplina (e dunque meritato riposo), compassione verso il prossimo, distinzione netta tra la sfera pubblica e quella privata. E naturalmente la famiglia, intesa come spazio in cui i legami affettivi prevalgono su qualunque cosa. In un’epoca di stravolgimenti e mutamenti repentini come quella dell’industrializzazione massiccia di fine Ottocento, il racconto di Dickens definisce confini e ruoli nuovi che infondono fiducia, confortano e rasserenano al punto da conquistarsi un posto d’onore affianco alla Bibbia in molte famiglie americane ed europee che solevano leggerlo proprio la sera della Vigilia. Occorre tener presente, inoltre, il fatto che nello stesso periodo storico si afferma una concezione del tutto inedita di infanzia: fino a quel momento vigeva una sostanziale indifferenza nei confronti dei bambini che non erano considerati né dal punto di vista giuridico né tantomeno sotto il profilo socio-culturale ma erano visti semplicemente come uomini e donne in miniatura, carenti e inadeguati. La scoperta dell’esistenza dei bambini e la diffusione di una autentica riflessione sulle loro condizioni esistenziali e ontologiche è avvenuta grazie alla letteratura. Furono proprio autori come Dickens, Carlo Collodi e ad altri a far sì che la società diventasse consapevole delle caratteristiche proprie dell’infanzia, convalidate successivamente dalle scienze naturali, innescando una serie di meccanismi sociali di sensibilizzazione  del tutto nuovi per l’intero Occidente.

La prima edizione del “Canto di Natale” di Charles Dickens. Fonte: Wikimedia Commons.

Il Natale diventa così il momento ideale nel calendario della neonata borghesia per prendere una pausa dagli impegni lavorativi, riunirsi intorno al focolare e celebrare l’intimità familiare, soprattutto per i suoi piccoli membri: ed ecco che vengono recuperate una serie di tradizioni pagane, di diverse origini, che si diffondono a macchia d’olio in Occidente e non solo. L’albero addobbato viene dalla Germania, le cartoline augurali dall’Inghilterra, le candele e le luci decorative dai paesi scandinavi e così via. Ognuna di queste tradizioni ha a sua volta radici antichissime: basti pensare che l’abete, nel mondo greco classico, era l’albero sacro ad Artemide, dea della Luna, protettrice delle nascite e dunque emblema di ciò che si rinnova e del ciclo senza fine di vita e morte. Ancora una volta, è stata la letteratura a fungere da medium per la diffusione dell’usanza di abbellire l’albero: il colpevole, in questo caso, è addirittura Goethe -per giunta protestante- che in una delle pagine del suo capolavoro I dolori del giovane Werther descrive proprio un abete natalizio. L’immagine del sempreverde decorato piacque talmente tanto ai lettori del tempo da diventare una vera e propria moda, intatta almeno fino ad oggi.

L’albero di Natale, tradizione germanica d’origine greco-classica diffusa in tutto il mondo. Fonte immagine: Pixabay.

La pratica di scambiarsi i doni, attribuita dalle Sacre Scritture all’arrivo dei Re Magi, dovrebbe coincidere perciò con l’Epifania: in questo caso, le storie che si intrecciano sono tante almeno quanto le relative figure laiche e sacre. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, Santa Lucia, San Nicola, la Befana e Babbo Natale hanno tutti questo fortissimo elemento in comune e sono straordinariamente interconnessi. In realtà, l’usanza del dono è presente in moltissime popolazioni del mondo e la ragione è tutto sommato semplice: questa pratica crea coesione sociale e il suo valore sta principalmente nella sua libertà intrinseca. Come evidenziato da Marcel Mauss, offrire qualcosa senza aspettarsi nulla in cambio genera di fatto una sorta di debito, un innato bisogno di contraccambiare, di rendere l’omaggio ricevuto: il dono diventa il mezzo per promuovere relazioni sociali positive e consolidare i rapporti interpersonali. Benché oggi il lato oscuro di questa usanza, fomentato dal consumismo imperante, abbia perlomeno appannato il suo significato profondo, resta di fondo il senso di quest’attesa ambivalente e le figure immaginarie portatrici di doni fanno sì che si alimenti in noi la fiducia nella possibilità di un riconoscimento da parte degli altri per gli sforzi e i miglioramenti intrapresi. 

Una delle iconiche immagini pubblicitarie di Coca Cola degli anni Trenta del XX secolo. Fonte: Pinterest.

Una funzione simile è assolta dalla condivisione dei pasti che rappresentano dei momenti cardine per rinsaldare i legami tra i membri di una comunità dando certezza e conforto, soprattutto in una società così fluida e costantemente in movimento come quella occidentale. I lunghi tempi di preparazione delle pietanze fanno sì che ci sia la possibilità di trascorrere ore insieme ai propri cari, condividendo esperienze, riflessioni e momenti di confronto. Le prelibatezze da gustare in compagnia sono moltissime: dal succitato tacchino ripieno tipico dei paesi anglofoni ai numerosi dolci, come il Pandoro e il Panettone italiani. Interessanti i nomi che alcune realtà culturali attribuiscono ai pasti natalizi: la cena del 24 dicembre in Francia si chiama reveillon (rinascita), mentre in Svezia tutti i momenti conviviali di celebrazione che precedono il 25 dicembre, inclusi quelli con i colleghi di lavoro o con gli amici, si chiamano Julbord (letteralmente “tavolo di Natale”) e sono rigorosamente serviti a buffet. In Lituania, invece, la cena della Vigilia di Natale si chiama kūčios: secondo alcuni linguisti, il termine deriva dal greco kukia e si riferisce ad un dolce composto da semi di papavero e miele che viene solitamente servito in occasione di funerali o per la celebrazione di anniversari di morte; secondo altri ricercatori, invece, la parola viene da kūte che significa “fienile, stalla” con riferimento al luogo di nascita del Bambin Gesù.

Christmas Carols, o quasi

I canti natalizi hanno origine in età medievale e- stavolta è proprio il caso di dirlo- presentano una matrice religiosa fortissima: dalla musica sacra al pop il passo è breve tant’è che sono innumerevoli gli artisti che hanno dedicato una canzone del loro repertorio al Natale, da John Lennon passando per gli Wham e Mariah Carey, arriviamo fino ai Coldplay e a Micheal Bublé. Tuttavia, anche nel caso dei brani cosiddetti tradizionali, l’intreccio fra motivi religiosi e usanze pagane è intricatissimo quanto affascinante. Un caso su tutti ci permette di comprendere come, perfino attraverso melodie e ritornelli, le culture si intreccino e si mescolino inevitabilmente: la canzone natalizia per antonomasia, quella che tutti conosciamo e che per molti è stata un tormentone sin dalle scuole elementari è, senza dubbio, Jingle Bells, composta attorno al 1857 e interpretata, tra gli altri, da artisti del calibro di Frank SinatraLouis Armstrong e addirittura dai Sex Pistols. Avete mai notato che nel testo dell’amena canzoncina non c’è un solo riferimento concreto al Natale? A svelare il mistero ci ha pensato il professor Joseph Burns della Southeastern Louisiana University che ha condotto un’interessante ricerca a proposito di questa e altre carole, scoprendo che le famosissime campane tintinnanti si riferiscono, in realtà, alla Festa del Ringraziamento: nell’Ottocento, infatti, era abitudine comune raggiungere il luogo di ritrovo per il famoso pasto a base di tacchino facendo quanto più baccano possibile.

Storico vinile natalizio dei classici Christmas Carols intepretati da Bing Crosby, Frank Sinatra e Nat King Cole. Fonte: www.amazon.com.

La bellezza (e la fortuna) del Natale sta proprio in questo suo poderoso sincretismo: il fatto stesso che temi e motivi afferenti a culture così distanti tra loro nel tempo e nello spazio si siano intrecciati e mescolati, diffondendosi su scala planetaria, è probabilmente l’ennesima dimostrazione che, a dispetto di certi revisionismi aberranti su presunte e inconciliabili differenze tra i popoli, l’umanità è una soltanto e si declina in affascinanti, molteplici forme.  

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