La parabola esistenziale e lavorativa di Arnoldo Mondadori è forse l’emblema stesso di un certo modo di fare editoria. Ripercorrerla ci permette infatti di interrogarci – e almeno un poco di chiarirci – su quale sia il significato, o meglio uno dei mille significati, del meraviglioso, bistrattato, complesso e misterioso mestiere dell’editore. Che vuol dire, infatti, essere un editore? Molte cose, sicuramente: Arnoldo Mondadori, insieme alla casa editrice portatrice del suo nome, ne rappresenta però una faccia ben precisa e riconoscibile. Gian Carlo Ferretti, nella sua Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, definisce Mondadori un editore protagonista, alla stregua di altre grandi figure che hanno marcato la loro impresa editoriale con i connotati stessi della propria personalità. Parliamo, tra gli altri, di Giulio Einaudi, Angelo Rizzoli, Valentino Bompiani, Giangiacomo Feltrinelli.

Quella di Arnoldo Mondadori è così la storia di un self-made man: un uomo povero che grazie alla propria determinazione – declinata in un’insaziabile fame di riscatto – è divenuto ricco. Un uomo nato in un contesto di profonda ignoranza – si è dovuto fermare alla quinta elementare per cominciare a lavorare – che ha finito per imporsi nell’industria culturale. Queste due linee, denaro e cultura, intrecciate tra loro, interconnesse in un equilibrio solido, costituiscono forse ancora oggi i paradigmi fondanti della casa editrice da lui fondata. In due parole: lo stile Mondadori.

Arnoldo Mondadori. Fonte: Wikimedia Commons.

Arnoldo Mondadori, figlio di un calzolaio ambulante del mantovano, dopo aver svolto vari mestieri si troverà a lavorare in una tipografia, di cui ben presto diverrà il proprietario. Siamo all’inizio del Novecento e il futuro del grande editore è forse già scritto. Negli anni immediatamente successivi Mondadori si prodiga, infatti, per allargare la sua impresa grazie, per esempio, a delle collezioni di libri per bambini e per la scuola o, durante la Prima guerra mondiale, alla pubblicazione di giornali per i soldati al fronte. Sarà tra gli anni Venti e Trenta che la casa editrice Mondadori si affermerà come una tra le più importanti realtà del panorama italiano, anche grazie alla collusione col regime fascista – da ricordare per esempio la pubblicazione di una biografia di Mussolini dal titolo emblematico, Dux, di Margherita Sarfatti. D’altronde, sempre Ferretti parla della Mondadori come di una istituzione, portata cioè per sua natura a conformarsi con i gusti prevalenti delle varie epoche in cui si trovava ad agire, evitando quindi di porsi in una posizione contro, e rinnegando estremismi politici o di linea editoriale.

Tanto più che negli anni Venti Mondadori mette in atto un’operazione di conquista – che in pratica significa portare via ad altri editori – di una serie di scrittori italiani all’epoca ben noti e apprezzati, come Ada Negri, Marino Moretti, Massimo Bontempelli, che riuscissero insomma a coniugare la qualità con la sicurezza della propria vendibilità. Da questo punto di vista, il momento di svolta appare certamente il 1926, quando comincerà la pubblicazione dell’opera omnia di Gabriele D’Annunzio, lo scrittore più celebre del tempo.

E sarà proprio in quegli anni che la Mondadori proporrà le storiche collane che segneranno tanto nel profondo la storia della cultura italiana, come i leggendari “Gialli Mondadori”, che dall’indicare il colore delle copertine passeranno ben presto a simboleggiare un vero e proprio genere letterario; o la collana “Medusa” dove si pubblicheranno alcuni tra i maggiori scrittori stranieri dell’epoca, anche, in questo caso, remando contro la volontà censoria del regime. Comunque, la Mondadori era ormai una delle maggiori case editrici italiane, e lo rimarrà fino ai nostri giorni, tra successi, critiche, acquisizioni, espansioni e cambiamenti vari. Nella sua lunga storia non possiamo non citare anche la collana degli Oscar, con cui nel ’65 si rivoluzionò il mercato editoriale, proponendo come canale di commercializzazione del libro le edicole. La prima uscita era Addio alle armi, di Ernest Hemingway. Arnoldo morirà sei anni dopo, nel 1971, ma in un certo senso il suo spirito continua ancora oggi ad aleggiare tra le pagine di quei volumi che portano impresso il suo nome.

Mondadori insieme a Ernest Hemingway. Fonte: Wikipedia.

Insomma, una delle maniere – ma sarebbe meglio dire delle motivazioni, oppure dei significati – di fare editoria, quella prettamente mondadoriana, derivata cioè dai principi di Arnoldo Mondadori, si può riassumere con la formula: cultura + vendibilità. Pubblicare dei bei libri senza venderli in questa visione delle cose non ha alcun senso. Il libro, nella concezione mondadoriana, è un buon libro anche e soprattutto perché lo si può vendere. È in quest’ottica allora che si devono considerare la continua ricerca di grandi autori dal successo sicuro, e il tentativo di aderire ai gusti del pubblico, evitando di irritarlo o di scandalizzarlo. Così, tentare di coniugare i due aspetti, cultura e vendibilità, metterli assieme invece che in contrapposizione, sembra essere il vero lascito che Arnoldo Mondadori ha piantato nel terreno dell’editoria italiana tutta, oltre che in quello della sua impresa.

Un lascito che certamente deve molto all’esperienza autobiografica, al fatto che di solito un uomo nato povero comprende meglio di altri il valore dei soldi. Un’impostazione, questa, che lo portò a scontrarsi duramente con il figlio Alberto, il quale avrebbe desiderato per la casa editrice di famiglia una strada diversa, culturalmente più alta e rischiosa, oltre che politicamente impegnata. Lo scontro si concluderà simbolicamente con Alberto che alla fine fonderà una propria casa editrice, dimostrandosi anch’esso un editore protagonista e capacissimo. La casa editrice si chiamerà infatti Il Saggiatore, e ancora oggi rappresenta uno dei migliori esempi di grande editoria culturale italiana.

È opportuno rileggere la storia di Arnoldo Mondadori; rileggerla a fondo per tentare di interpretare l’editoria presente, quel settore a cui nel nostro paese è tanto difficile dare un senso o un ordinamento, che è perennemente in crisi e molto spesso abbandonato a se stesso oppure bersagliato dalle critiche. Rileggere la storia emblematica di Arnoldo Mondadori, rievocarne la filosofia, e magari, visto il caso, riallacciarla a quella di altre grandi case editrici, con i rispettivi editori e il loro rispettivo spirito – a volte simile, altre diametralmente opposto a quello di Mondadori –, non può che spingerci a una seria riflessione su uno spicchio di mondo, l’editoria, dalla cui vitalità dipende l’ossatura stessa della cultura di un paese. Cos’è l’editoria, e dove andrà a finire? Quello editoriale è un panorama frastagliato: si va dalla coda lunga delle costellazioni di minuscole case editrici fino alle enormi e ingombranti concentrazioni, passando per il successo di una certa editoria indipendente e di quella a pagamento. Rileggere, e anzi studiare la storia dell’editoria – magari darne perfino qualche accenno a scuola, anche solo per insegnare il rispetto per un oggetto tanto lavorato e delicato come il libro –, per capire quanto sia difficile giudicare o comprendere quale sia la strada giusta per salvare il mondo dei libri, un’operazione che sembra a tratti impossibile, ma che è d’obbligo continuare a perseguire.

Immagine di copertina: Arnoldo Mondadori e Georges Simenon. Fonte: Wikipedia.
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