Alla prima della “Norma”, alla Scala (il 26 dicembre 1831), il catanese Vincenzo Bellini – in preda alla frustrazione di fronte al pubblico che, deluso dall’opera, rumoreggiava – disse con malcelato dispetto: “I milanesi non hanno ancora digerito il risotto di ieri”.

Frontespizio del libretto originale dell’opera Norma di Vincenzo Bellini (1831). Fonte: Wikipedia

Composta in meno di tre mesi, la “Norma” avrebbe in seguito riscosso un sontuoso successo: ma il “fiasco” della prima rappresentazione inflisse al compositore, tra i più celebri operisti dell’Ottocento, una ferita profonda, destinata a sanguinare per molto tempo. Per rimarginarla occorse il crescente plauso della critica, da principio prevenuta nei riguardi della primadonna, Giuditta Pasta, il cui timbro di voce non permetteva di collocarla con immediata e irrefutabile evidenza nella categoria di soprano, mezzosoprano o contralto. Non si trattava , in sostanza, di una felice versatilità, ma di un confuso e disorientante eclettismo: fattore, questo, che certo non aiutò, almeno all’inizio, a far accogliere con favore le prime rappresentazioni della “Norma”. La frase pronunciata da Bellini in occasione della “prima” alla Scala corse veloce lungo la penisola, fino a raggiungere la Sicilia dove, in contrapposizione al risotto milanese, ricco e gustoso, ma difficile da digerire, si volle assegnare il nome di “Norma” a un piatto delizioso (in realtà anch’esso assai elaborato) e tuttora fiore all’occhiello della cucina siciliana: la pasta condita con salsa di pomodoro, melanzane fritte e ricotta salata. Attraverso il battesimo di quel piatto, i siciliani volevano tributare un convinto omaggio al talento musicale del corregionale Bellini: piatto alla “Norma” stava infatti a simboleggiare l’esecuzione di un qualcosa fatto a regola d’arte, con sublime armonia e perfetto equilibrio: veniva così celebrata la singolare alleanza tra musica operistica e cucina.

Al talento musicale non corrispondeva certo la predisposizione per le lingue straniere: digiuno d’inglese, Bellini faceva strazio del francese. Come testimonia, in “Notti Fiorentine”, il poeta tedesco Henrich Heine (il cui salotto era frequentato dai più illustri ingegni dell’epoca, da Victor Hugo ad Alexandre Dumas, da Chopin a Listz) il quale racconta che gli sproloqui, tentati in francese, del compositore catanese erano così inquinati da errori e strafalcioni “da far svenire o fuggire” le incipriate e sussiegose signore dell’alta aristocrazia.

© riproduzione riservata