Il 19 luglio di 170 anni fa moriva Margaret Fuller, scrittrice e giornalista americana. Femminista ante litteram, nel 1845 pubblicó “Woman in Nineteenth Century” che oggi è considerata come la prima opera femminista degli Stati Uniti.
In oltre un secolo e mezzo molte cose sono cambiate. In Italia, nel 1995, nasceva la Società Italiana delle Letterate grazie all’iniziativa di Liana Borghi e Annamaria Crispino, che raccolsero in breve tempo l’adesione di un gruppo di donne impegnate in vari ambiti aventi come denominatore comune la letteratura. Insegnanti, scrittrici, giornaliste, operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni tutte naturalmente appassionate di libri e di storie. Tutte cosiddette lettrici forti, anzi fortissime. Tra i tanti meriti, la SIL ha certamente quello di aver portato in evidenza l’importanza delle voci femminili: eppure, nonostante questo, le letterate continuano ad essere considerate meno rilevanti rispetto ai colleghi scrittori.

Pensiamo, ad esempio, ai programmi scolastici e ai relativi manuali di letteratura, italiani e stranieri: quante biografie femminili ricordate di aver studiato? Praticamente nessuna, o quasi. Se escludiamo alcune autrici rese celebri da prestigiosi riconoscimenti quali il Nobel per la Letteratura – Grazia Deledda è l’unica italiana ad averlo ottenuto nel 1927- e il Premio Strega – Elsa Morante che vinse nel 1957 e Natalia Ginzburg nel ’63 -, lo spazio dedicato alle scrittrici è costituito al massimo da qualche trafiletto qua e là.

C’è poi un preconcetto diffuso, e purtroppo duro a morire, vale a dire l’idea comune che i libri scritti dalle donne siano adatti solo, o perlomeno soprattutto, al pubblico femminile. Che siano in qualche modo letteratura di serie B, piacevoli sì ma poco interessanti per i lettori di sesso opposto.

Fortunatamente, anche da questo punto di vista, il mondo dell’editoria sta cambiando. I libri scritti dalle donne hanno sempre più spazio e cominciano ad essere presi in considerazione come meritano. C’è qualcuno – o meglio, qualcuna– che ha percepito questo cambiamento in atto sin dai suoi albori e che sta dedicando le sue competenze e le sue energie alla diffusione della letteratura femminile attraverso i nuovi canali di comunicazione multimediale. Stiamo parlando di Carolina Capria.

Scrittrice, autrice televisiva e traduttrice, Capria si occupa di storie e in particolare di storie scritte da donne. Nel 2018, infatti, ha aperto prima una pagina Facebook e poi un profilo Instagram emblematicamente chiamati lhascrittounafemmina proprio per dare alle moltissime scrittrici del passato e del presente il rilievo che meritano. Attraverso post, video in diretta e contenuti IGTV, spesso realizzati in collaborazione con altre autrici ed esperte, Carolina Capria porta avanti un progetto davvero prezioso.

Promuovere le voci letterarie femminili è già di per sé significativo. Ma c’è qualcosa di più: perché Carolina Capria non si limita a trasmettere contenuti inerenti a saggi e romanzi scritti da donne. Seguendo i percorsi di lettura e riflessione che intraprende, chi la segue ha la possibilità di individuare traiettorie di senso che connettono letteratura e attualità, modelli letterari e vissuti quotidiani, ordinari e straordinari. Il valore dei suoi contributi non si limita, per così dire, all’ambito letterario ma afferisce a tematiche di ampissimo respiro: dalle questioni di genere alle nuove frontiere del femminismo intersezionale.

Per questo motivo – e non solo- la abbiamo intervistata per voi.

Come nasce la tua passione per la lettura?

Sono stata molto fortunata perché sono nata in una famiglia in cui si leggeva e si parlava di libri. A casa c’era una libreria stracolma e lo stesso valeva per la casa dei nonni. Questo ha significato per me prendere da subito confidenza con i libri come oggetti, e poi avere la possibilità di scoprire cosa rappresentasse l’esperienza della lettura. Ho respirato sin da subito il rispetto per la parola scritta e anche per chi decideva di coltivare la passione per la lettura. Questo è un privilegio che non posso non considerare. Poi sicuramente nella lettura mi sono da subito ritrovata probabilmente per carattere e indole. Sin da bambina sono sempre stata molto solitaria e taciturna, e immagino che queste caratteristiche si sposino bene con l’essere una lettrice.

Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari, artistici, culturali in genere?

Prima ancora della lettura c’è stata la musica. Da bambina ricordo lunghissimi viaggi in macchina trascorsi ascoltando De André, Gaber, e poi Guccini, Bindi, Tenco. Quindi il primo contatto con la parola poetica lo devo a loro. Poi quando ho iniziato a leggere ricordo un momento per me molto speciale: avevo otto anni quando ho acquistato da sola il mio primo libro. Si trattava de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante, sono andata in edicola e l’ho comprato. Faceva parte di una collana di classici per ragazzi che usciva ogni settimana. Aveva la copertina lucida e rigida, da allora l’ho tenuto sempre con me e trattato come se fosse un tesoro preziosissimo. Ovviamente ce l’ho ancora. Da allora non ho mai smesso di leggere, se non per brevi periodi. Ma c’è voluto del tempo perché affinassi i miei gusti. I classici sono stati, e sono tutt’ora, un faro. Al contrario di quando ero giovane, però, ora però mi spaventano un po’ i romanzi molto lunghi, perché ho il timore di non avere tempo e diluire troppo la lettura. Ho amato Moby Dick, tutto quello che hanno scritto Dostoevskij e Dickens, e ho un’enorme passione per Francis Scott Fitzgerald. Poi ho scoperto le autrici, la prima è stata Charlotte Brontë, poi sua sorella Emily, e dopo ancora sono arrivate Jane Austen e Virginia Woolf.

Come è nata l’idea del profilo Instagram “lhascrittounafemmina”?

È nata nel momento in cui ho preso atto che esisteva un pregiudizio, ma questo non è accaduto in un giorno preciso. È successo il giorno in cui per la prima volta (poi ne sono seguite altre decine) un bambino mi ha detto che non voleva leggere libri scritti da femmine, perché li reputava noiosi. È successo quando sempre un bambino mi ha detto “I tuoi libri sono divertenti, non sembrano scritti da una femmina.” È successo quando l’alunno di una scuola elementare ha ammesso di vergognarsi di leggere una serie che aveva per protagoniste tre ragazzine. È successo quando mi sono accorta che i miei amici non avevano letto capolavori della letteratura come “Cime tempestose” perché li reputavano “da femmine”. E allora a un certo punto mi sono detta che volevo fare qualcosa. E so bene che non è in mio potere cambiare le cose, ma so anche che se tutti ci impegnassimo per correggere le storture, vivremmo in un mondo migliore.

Quali sono, secondo te, i vantaggi e i limiti della comunicazione sui social?

I vantaggi per me sono tantissimi, e trovo che sia sciocco non coglierli credendo che sui social si trattino argomenti superficiali e frivoli. I più banali sono che si può comunicare con tantissime persone, un bacino immenso potenzialmente, e ci si può trovare e riconoscere: ho conosciuto tante ragazze che sono diventate amiche, e altre con cui magari ho solo condiviso una breve discussione, ma che sono certa abbia arricchito entrambe. Poi si può essere immediati e veloci, anzi si deve in alcuni casi, e anche questo secondo me può essere un grande vantaggio. Il grande svantaggio è che per me la presenza fisica è importante, è importante il corpo, soprattutto quando si parla di femminismo. Bisogna fare diventare le parole azioni, altrimenti nulla cambia. Quindi ognuno deve raccogliere stimoli e ispirazioni e poi muoversi attivamente. È per questo che ho fatto diventare lhascrittounafemmina anche un bookclub, perché per me era importante che ogni tanto ci si vedesse e si parlasse in un ambiente sicuro.

La crisi globale che stiamo vivendo a causa della pandemia colpisce tutti e tutte ma non allo stesso modo. I giovani e le donne sembrano essere ulteriormente svantaggiati allo stato attuale, sei d’accordo?

Purtroppo sì, ed è un dato di fatto verificabile facilmente tra l’altro, basta guardare le situazioni che si hanno intorno. In questi mesi, sulle donne – più che sugli uomini, per motivi culturali ma anche pratici, considerando che spesso sono gli uomini a fare i lavori più remunerativi – è pesata in modo esclusivo la cura dei bambini. Le scuole chiuse hanno comportato un sacrificio per le famiglie, che nella maggior parte dei casi si sono accollate le donne. E i giovani sono da sempre invisibili per il nostro paese, quindi non mi stupisce che in questo momento lo siano ancora di più.

Qualche titolo che consigli per avvicinarsi al femminismo?

Negli ultimi mesi sono usciti tantissimi libri scritti proprio per spiegare di cosa si parla quando si parla di femminismo, in modo da offrire un punto di partenza per affrontare un argomento vastissimo. Tra le tante letture possibili, consiglio questi testi: “Manuale per ragazze rivoluzionarie” di Giulia Blasi (Rizzoli, 2018),  “Parita in pillole” di Irene Facheris (Rizzoli, 2020) , “Le ragazze stanno bene” di Giulia Perona e Giulia Cuter (HarperCollins, 2020), “Perché il femminismo serve anche agli uomini” di Lorenzo Gasparrini (Eris Edizioni, 2020) e infine “Il corpo elettrico” di Jennifer Guerra (Edizioni Tlon, 2020).

Progetti in corso e per il prossimo futuro?

Mi piace quello che faccio, e spero di imparare a farlo sempre meglio. È questo il progetto più ambizioso che ho.

In copertina: Carolina Capria. Fonte immagine: lhascrittounafemmina, Facebook.
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