Stagliata sotto un velo di nuvole infine divampa, vanto del bagliore di un sole nuovo e timido, impreparato all’esame dell’estate ma pronto ad imparare la lezione dal nuovo solstizio. È la Primavera, freccia veloce che l’arco di quest’anno ha scoccato con un giorno d’anticipo rispetto al ciclo tradizionale, e che è arrivata dritta al cuore del bersaglio – o almeno pare. E per gli inguaribili amanti del destino l’entrare della primavera ha coinciso con una straordinaria rivelazione intorno ad uno dei capolavori del Botticelli, pietra miliare del Rinascimento italiano, icona di una stagione, emblema di una cultura – la nostra – erede della tradizione classica, della sua simbologia, dei suoi significati più profondi. Allora l’elogio alla primavera non può non coincidere col focus sul maestro del Quattrocento: non siamo noi a deciderlo, è stato il destino a scegliere.

La danza delle Grazie, dettaglio della Primavera di Botticelli
marinamade.me

Il Botticelli (all’anagrafe Sandro Filipepi) realizza ed interpreta la Primavera e La nascita di Venere come due opere per così dire complementari, speculari. È il motivo per il quale se non è vero che parlare dell’una equivale al discutere sull’altra, comunque poco ci manca. Dipinti tra il 1478 e il 1484, a cavallo tra un pugno d’anni di apprendistato romano dell’artista, i quadri fanno riferimento al periodo di una pittura sacrale influenzata – sembra – in maniera importante dalla stagione predicativa del Savonarola. Già questo fornisce un dettaglio importante: l’interazione fra i due capolavori suggerisce un trasferimento di sacralità, dalla Venere alla Primavera, dall’amore alla (ri)nascita. Allora la Primavera come nuova vita di un sole per mesi convalescente trionfa nel segno del sentimento più nobile, che conserva gelosamente dentro sé i segreti di una fioritura primordiale: «amore» è nuova vita perché è a-mors, ciò che nega e affronta la morte. È questo a renderlo immortale.

La nascita di Venere (dettaglio), 1482-84.
aboutart2015.wordpress.com

«Quant’è bella giovinezza, che sì fugge tuttavia». Non è un caso se la Primavera – o la Venere – richiamino spesso in antologia i versi di Lorenzo il Magnifico. Il senso è che la rinascita è l’occasione, e ogni occasione è un nascere di nuovo, vedere con occhi nuovi, scampare la noie del banale per innamorarsi all’improvviso di un momento e del suo dettaglio. Allora la filosofia oraziana è un po’ la filosofia di Venere e della primavera, la celebrazione dell’attimo immortalato nel più alto splendore del suo manifestarsi: la giovinezza è lo sbocciare dei fiori rosa sui ciliegi, è aprirsi al domani. Ed è proprio la festa la seconda protagonista dei dipinti: l’accoglienza che abbraccia il sobrio trionfo della fioritura da una parte e dell’amore dall’altra, come fotografati fra gli astanti in festa, fermi al centro delle due composizioni e forti di un incedere quasi statuario, reso così – potente –  dalla magnificenza del soggetto. Una potenza che è donna, dominatrice della scena, simbolo di intelletto e castità: nella Primavera tende la mano destra nel canonico gesto di ammaestramento, nella Venere copre col braccio e la lunga chioma le parti intime, in segno di purezza e pudicizia. Ma il bandolo della matassa è rappresentato dal mantello.

visittuscany.com

La Venere trasportata dalle onde dell’Egeo in culla ad un’enorme conchiglia viene accolta da Flora – guarda caso, la Primavera. È la donna alla destra della composizione, quella che regge un mantello rosso nel quale è intenta a raccogliere la dea bionda nata dalla schiuma, in segno di intima protezione e riparo. Ma Botticelli non sembra lasciare proprio nulla al caso: il proliferare di letture interpretative naviga nell’oceano della filosofia neoplatonica, il mood del pieno Rinascimento. Sono quadri filosofici insomma, e lo stampo spiccatamente allegorico delle tele tradisce una commissione d’élite, verosimilmente composta dagli stessi membri dell’Accademia Neoplatonica fiorentina, sebbene formalmente almeno la Primavera porti la dedica a Lorenzo detto il Popolano della famiglia Medici, cugino del Magnifico.

Ritratto di Marsilio Ficino
biografieonline.it

La corte medicea quattrocentesca rappresenta senza dubbio il nucleo gravitazionale della rivisitazione filosofica di Platone: l’intellettuale Marsilio Ficino, uomo di corte legatissimo alla signoria fiorentina, rappresenta il ponte tra il mondo delle scritture classiche e la modernità rinascimentale, cultrice dell’uomo e della natura entrambe divinizzate. Le opere di Botticelli sono il riflesso di questo pensiero, come visto: in generale, l’arte è strumento indispensabile per portare a compimento il processo d’elevazione a Dio che l’uomo da solo non riuscirebbe a garantirsi. Allora ecco il simbolismo, ecco le chiavi di lettura nascoste dietro la vernice di una tela. Ma il mantello, si diceva: che c’entra il mantello? In letteratura il velo è simbolo neoplatonico di nudità ed intelletto, metafora di spogliazione e abbandono della materialità e dei suoi vizi: in quello che Flora sta per far indossare a Venere c’è molto di più.

“C’è un simbolo della vita nascosto sotto il mantello della Venere di Botticelli”, Davide Lazzeri.
repubblica.it

Di recente Davide Lazzeri, studioso della medicina dell’arte, si è dato ad un’interpretazione che ha dello straordinario. Partendo da precedenti analisi strutturali dei quadri botticelliani, ha cominciato a cercare curiosamente dettagli anatomici nascosti tra le piante, i personaggi, gli scenari. A tal proposito, il suo ultimo studio sembrerebbe dimostrare come privata della figura vicina di Flora la forma del mantello richiami molto da vicino quella di un polmone: fin qui tutto nella norma, o forse no. Perché di fatti è curioso come un’opera d’arte intrisa di simbologie pagane possa contare sulla presenza di organi: evidentemente, se così fosse, anche ad essi andrebbe attribuito un significato. E nel Neoplatonismo il polmone è allegoria del «primo respiro, vento divino e origine della vita». In sostanza, Venere verrebbe accolta dalla Primavera che inizia l’amore alla vita. L’arte è poesia, i segreti tra i suoi versi sono la musica dell’anima.

Benvenuta Primavera, stagione dai mille colori. Benvenute arte e cultura, eterne compagne di un viaggio che non conosce mete, ma solo tappe intermedie utili a studiare un percorso che non porta da nessuna parte, semplicemente va. E allora andiamo, spinti da primi respiri, da sentimenti nuovi, da un sole che torna a scaldare.

 

© riproduzione riservata