Per sfuggire dai clamori di Parigi e per abbracciare la dimensione del silenzio Claude Monet si era trasferito nel mite villaggio di Argenteuil. Questo idilliaco contesto gli dette l’ispirazione per comporre un quadro Dans la Prairie (1876) destinato a lasciare un segno indelebile nella storia della pittura.

Già con Soleil levant (1872) il pittore francese aveva scosso dalle fondamenta il mondo dell’arte: questo dipinto, infatti, era stato definito dal critico Louis Leroy “impressionista”, termine usato, in realtà, in senso spregiativo. Questa definizione avrebbe sancito di fatto la nascita del celebre movimento artistico, il quale provocò una netta frattura con le precedenti strategie compositive per poi essere bruscamente sepolto – dopo un periodo di rigoglioso fulgore – dall’affermarsi di nuove correnti. Quando, nel 1877, il collezionista e mecenate, nonché autore della prima monografia sugli impressionisti, Théodore Duret, decise di esporre Dans la Prairie, il quadro determinò un singolare scenario: da una parte la critica, che si scagliò contro il dipinto, definendolo blando e svenevole; dall’altra, il pubblico che lo accolse con entusiasmo e viva emozione. La tela raffigura Camilla, la moglie del maestro, sdraiata su un prato fiorito e intenta a leggere un libro. Il quadro riesce a suggerire un’esperienza tattile perché lascia immaginare che la brezza accarezzi dolcemente gli alberi facendoli ondeggiare e fa sembrare veri i fiori, tanto sono vividi e pregnanti i colori. Tra i visitatori di quella mostra figurò anche un suo allievo, destinato alla fama: Paul Cézanne. Tra il maestro e il discente non c’era mai stato un rapporto completamente sereno: Monet, pur intuendo le grandi potenzialità del giovane, ne sindacava il tratto ribelle e un po’ selvaggio; Cézanne, pur soggiogato dal carisma di Monet, ne contestava l’uso “eccessivamente leggiadro” del pennello. Certo è che anche il più accanito tra i detrattori non poteva non riconoscere il talento del maestro nel saper conferire un ruolo da protagonista – con tratti magistralmente orchestrati – anche ai dettagli più minuti. E fu proprio questo talento che fece esclamare a Cézanne – che si era recato all’esposizione animato più da uno spirito critico che da un atteggiamento ossequioso – “Monet non è che un occhio, ma, buon Dio, che occhio!”.

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