Dopo cinquant’anni dall’uscita dell’opera più famosa di Gabriel García Marquez, Cent’anni di solitudine, la Mondadori ci propone una nuova traduzione di Ilide Carmignani, che va così a sostituire quella precedente di Enrico Cicogna.

L’intento è quello di sottrarre il romanzo all’etichetta di realismo magico che lo ha accompagnato fino ad oggi e di renderlo meno inquadrabile in quell’immagine di scrittore fantastico ed esotico. Marquez si è semplicemente limitato a scrivere romanzi a loro modo realistici, intrisi di storia e potere, che però hanno saputo rivoluzionare il nostro modo di guardare alla realtà, sostituendo la nostra concezione lineare di tempo. Quest’ultimo diventa fondamentale e complesso.

fonte: www.mangialibri.it

Cent’anni di solitudine è considerata una delle opere più importanti di lingua spagnola ed ha inaugurato la stagione felice della narrativa sudamericana. Con la sua forza, il suo bagaglio di visioni, questo romanzo inquadra la storia di una grande famiglia, quella dei Buendìa, i cui componenti vengono al mondo e muoiono per inseguire un destino ineluttabile e spesso incomprensibile. Un labirinto di emozioni ad avvenimenti attraverso cui “Gabo” sa guidare il lettore con destrezza.

Attraverso la città di Macondo, Marquez riesce dunque a creare un vero e proprio paradigma dell’esistenza umana. Un universo di solitudini che a volte si scontrano e altre si incastrano, in cui si muovono piccoli eroi capaci di rivoltare la realtà per mostrare il contrario di tutto.

Sono tante le influenze che ha assorbito lo scrittore, come per esempio quelle di Jorge Luis Borges e Virginia Woolf, ed è forse per questo che tale opera travalica ogni tipo di genere.

Un libro senza tempo che varrà il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1982.

“Gabo” ci impiega circa un anno e mezzo per scriverlo, per dare forma a quelle voci che gli ronzavano in testa. Voleva fortemente riportare quelle storie e leggende che i suoi nonni gli raccontavano quando era piccolo nel villaggio di Aracataca.

Dopo svariati tentativi per mettere nero su bianco un inizio degno del suo pensiero ancora senza forma, l’incipit gli si presenterà come un miraggio durante un viaggio tra Città del Messico e Acapulco, che lo porterà a rinchiudersi in camera a scrivere.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Un romanzo che nonostante sia stato pubblicato cinquant’anni fa non può non essere apprezzato ancora oggi nelle sue molteplici sfumature. Un romanzo che mette in scena la storia della famiglia Buendìa, con tutte le sue storie, le sue tradizioni e vicende personali, ambientandole nel villaggio di Macondo, che diventa così luogo simbolo e magico in cui tutto accade sotto il velo della solitudine. Ed è proprio la solitudine uno dei temi fondamentali nell’opera di Marquez, che accompagna fedele il tempo che scorre inesorabile senza lasciare scampo a niente e nessuno.

Erano le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitamente, consumandosi dentro se stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza terminare di terminarsi mai.

Nuova edizione, Oscar Mondadori, giugno 2017

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